Così la banca dati del Dna consente di incastrare gli assassini
Istituita nel 2016, la Banca dati nazionale del Dna è ospitata al ministero dell’Interno e conserva oltre 86.000 profili genetici. Un numero che aumenta di continuo grazie all’analisi dei campioni biologici (un prelievo di mucosa del cavo orale) di arrestati, detenuti, condannati, ignoti, scomparsi e cadaveri non identificati

Un delitto, quasi, perfetto. Se non fosse per la svolta, trentacinque anni dopo l’omicidio della pasticcera di Roncade, Sandra Casagrande: le tracce lasciate dall’assassino ora avrebbero nome e cognome.
Finora solo sospetti, piste che non hanno portato a nulla e un’unica certezza: la scena del crimine a rivelare la furia di un killer che, con il passare del tempo, sarebbe stato rassicurato dalla convinzione dell’oblio. E invece, la potenza delle nuove tecnologie, la tenacia nel cercare e un pizzico di fortuna hanno portato alla svolta: indagato per quel delitto è oggi Paolo Gorghetto.
All’epoca giovane cliente del negozio, oggi cinquantottenne. Si parla di una perfetta corrispondenza tra le tracce del Dna riscontrate sul luogo del delitto nel 1991 e quelle prelevate a Gorghetto nel 2016, quando finì in carcere per resistenza a pubblico ufficiale. Il match tra il campione di sangue di 35 anni fa e quello di saliva prelevato successivamente, lo avrebbe collocato sulla scena del crimine.
«Una comparazione resa possibile grazie alla Banca dati nazionale del Dna» afferma Anna Vagli, criminologa investigativa e analista comportamentale, autrice di Ti inventi le cose (Mondadori).
L’archivio dei Dna
«Si tratta dell’archivio centralizzato dei profili genetici di persone che hanno precedenti penali oppure di persone che risultano scomparse. Uno strumento importantissimo perché permette di collegare e mettere in relazione i dati raccolti, consentendo di aprire nuove piste. Come in questo caso, in cui la traccia repertata sulla scena del crimine, appartenente a un profilo ignoto all’epoca, è stata ora attribuita al Dna di un soggetto con precedenti penali.
È possibile che un profilo repertato decenni fa trovi oggi un’identità perché quel soggetto, nel frattempo, è entrato nel sistema giudiziario» spiega la dottoressa Vagli. Istituita nel 2016, la Banca dati nazionale del Dna è ospitata al ministero dell’Interno e conserva oltre 86.000 profili genetici.
Un numero che aumenta di continuo grazie all’analisi dei campioni biologici (un prelievo di mucosa del cavo orale) di arrestati, detenuti, condannati, ignoti, scomparsi e cadaveri non identificati. Alla piattaforma possono accedere la polizia giudiziaria e le autorità competenti per comparare i Dna schedati con quelli non ancora identificati sul luogo del delitto.
La prova
«Il Dna rappresenta una prova scientifica fondamentale e le tecnologie moderne consentono di riaprire anche casi del passato. Pensiamo a Nada Cella o Yara Gambirasio, dove l’attribuzione del profilo genetico ha avuto un ruolo centrale. Però è importante chiarire che non esistono delitti perfetti, ma solo delitti imperfetti analizzati con strumenti sempre più sofisticati. La traccia genetica è importantissima, ma da sola non basta.
Il Dna ci dice a chi appartiene, non quando è stata rilasciata. Per assumere valore probatorio la traccia deve essere circostanziata, cioè bisogna dimostrare che sia stata lasciata nel momento del delitto e non per un contatto precedente. Se parliamo di un’evidenza ematica, questa apre uno scenario molto più forte sotto il profilo investigativo. Il sangue è una matrice biologica fortemente indicativa di un’azione omicidiaria. Ecco perché, anche a distanza di decenni, una traccia di sangue può risultare altamente incriminante».
Resta il dubbio su quanto sia attendibile un Dna dopo 35 anni. «L’aspetto fondamentale è che il profilo sia completo e comparabile. Se il Dna è stato conservato correttamente e la comparazione genetica restituisce un’identificazione chiara, quella prova resta assolutamente utilizzabile anche dopo molti anni. Da quanto emerge in questo caso, mi pare di capire che il profilo sia completo e attribuibile con attendibilità».
Killer e vittima
Cosa ci racconta invece il corpo di Sandra? «Una furia estremamente intensa. Ventidue coltellate rappresentano un overkilling, cioè un uso della violenza sproporzionato rispetto alla necessità di uccidere. Questo tipo di dinamica rimanda a un forte odio e risentimento di matrice passionale dell’assassino contro la vittima.
È plausibile ipotizzare un’avance respinta, perché la modalità omicidiaria racconta rabbia, frustrazione e incapacità di accettare un rifiuto. Sicuramente un delitto disorganizzato e caotico, con l’autore che va in bagno a lavarsi le mani e cerca di pulire il sangue con un maglione. E poi c’è quel gesto, di coprire le ferite al petto e al collo della vittima con una vestaglia. Un atto di pietà tipico del pattern criminale nel quale il carnefice conosce la vittima e attua una sorta di sudario».
Vagli prova anche a spiegare cosa ci sia nell’animo di un assassino che nessuno ha sospettato per anni. «Solitamente non c’è il desiderio liberatorio di una confessione, ma la strenua difesa del proprio status verso la famiglia, la comunità e il proprio sé: è sopravvivenza emotiva per non prendersi le responsabilità».
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