Il delitto di Roncade: l’odore del sangue e la disfatta della pietà in una notte gelida

Ventinove gennaio 1991: il misterioso omicidio della pasticciera nei ricordi della cronista che segui il caso. Quel vassoio confezionato: mancava soltanto il ricciolo

Anna Sandri

 

Dolciastro e metallico insieme, l’odore del sangue è qualcosa che non si dimentica. Rimane impigliato da qualche parte nella memoria olfattiva, e può finire che, nel ricordare un fatto, prenda il sopravvento su tutto il resto.

La scena del delitto Casagrande era questo: era odore di sangue.

Era rabbia e ferocia, era la disfatta della pietà. Era il contrasto brutale tra una vetrina di dolci rimasti invenduti, scatole colorate di cioccolatini sulle mensole e sullo sfondo, oltre la porta lasciata spalancata della toilette, un lavandino imbrattato da chi aveva cercato in qualche modo di sciacquarsi le mani prima di tornare sulla strada principale del paese. Il sangue era ovunque: sul banco di vendita, sulle frittelle ancora esposte, sul vassoietto di paste confezionate per l’ultimo cliente diventato assassino (il nastro era già stato legato, mancava solo metà del ricciolo), trascinato sul pavimento a formare larghe ombre in un tentativo inutile quanto goffo di ripulire le tracce, sul soffitto.

Il 29 gennaio 1991, l’ultimo giorno di Sandra Casagrande, era un martedì. Inverno vero e pieno, nel Trevigiano; la notte si andava sottozero, le strade erano ghiacciate, la gente usciva di casa se proprio doveva. Facile immaginare che dopo le dieci di sera a Roncade non girasse nessuno o quasi; soltanto un gruppo di amici era riunito al caldo di un bar per giocare a biliardo.

Era stato davvero per caso che, rincasando dalla partita, un uomo si era accorto della luce ancora accesa nella pasticceria Da Sandra, sotto il portico nella via principale. Aveva dato un’occhiata, aveva visto. Erano le 23, era l’inizio di un mistero destinato a durare decenni.

Fu una lunga notte; i primi ad arrivare i carabinieri, il Radiomobile da Treviso. Poi il magistrato, la scientifica, il medico legale, l’impresa per la rimozione della salma. Le luci delle case vicine intorno a mezzanotte si erano accese, qualcuno si era rivestito ed era sceso a vedere, tenuto a distanza dagli investigatori.

C’era qualcosa di surreale, quella notte, nella pasticceria. Quella scena del crimine non sembrava appartenere al luogo: cose così si vedono nei film per la tv non nei tranquilli paesi di provincia. E se nei film l’assassino viene scoperto nel giro di tre giorni, all’inizio si pensava che così sarebbe andata anche nella realtà: in quel disastro non poteva non aver commesso errori, lasciato tracce o inconsapevoli firme.

In quel locale c’era furia e la furia non si cura dei dettagli. Aveva ucciso con quello che aveva trovato: un coltello, che però in una pasticceria non può essere un’arma letale e infatti a un certo punto il manico si era spezzato e la lama era rimasta conficcata tra le costole della vittima; le forbici, probabilmente le stesse con le quali la pasticcera un attimo prima stava arricciando il nastro per lui.

C’era il maglione di lei: che lui le aveva sfilato per usarlo come straccio e ripulire alla meno peggio il pavimento per poi ributtarglielo addosso, coprirle il seno e l’addome sfregiati da 22 coltellate. «Una doveva aver reciso la carotide» dicevano gli investigatori, perché il sangue aveva raggiunto il soffitto; e doveva avere imbrattato anche lui, ecco perché quel lavandino striato di rosso. In quei pochi metri quadrati si davano il turno per entrare, ispezionare, fotografare; poi sotto il portico si scambiavano informazioni, tornavano a controllare. Alcuni erano saliti al piano di sopra, dove la pasticcera abitava: il dettaglio della vasca già piena di acqua, l’idea che fosse pronta a chiudere la giornata con un bagno caldo prima di andare a dormire sembrava un indizio notevole, di sicuro era un titolo già pronto per la stampa.

Un grande classico, “conosceva il suo assassino”. Logico, anche: altrimenti perché sarebbe scesa per accontentare un cliente fuori orario?

In tutte le foto che sono circolate, Sandra Casagrande sorride. Bionda, morbida, sempre molto curata. Niente a che vedere con quel povero corpo sfregiato, i capelli impiastricciati di sangue, il seno esposto. Gentile, indipendente. Niente a che vedere con il terrore degli ultimi istanti, con l’assurdo corpo a corpo con la morte nel pieno centro del paese, la luce accesa, la salvezza che avrebbe potuto essere a un passo e invece no.

Riproduzione riservata © il Nord Est