Madre e figlia uccise a Rosolina, il presunto assassino è sparito
Le indagini sul duplice omicidio dei Casoni il 29 giugno 1988, vittime due donne di Paese: è caccia all’imputato in Repubblica Ceca dopo che da tre mesi si sono perse le sue tracce. La difesa: «Un ladro seriale, non un assassino. Ci sono altre piste». Intanto il processo riparte con le nuove prove

Le ultime tracce dell’ex lavapiatti dei Casoni, Karel Dusek, risalgono a tre mesi fa, quando una donna l’ha denunciato per furto alla polizia ceca. Da allora dell’unico imputato nel processo per il duplice omicidio di Elisea Marcon e Cristina De Carli non si è saputo più nulla.
Nascosto chissà dove in Repubblica Ceca, assieme a tutti i segreti che a 28 anni dal delitto ancora avvolgono la notte del 29 giugno 1998. Madre e figlia adottiva avevano 59 e 23 anni quando vennero massacrate a colpi di spranga (l’arma non è mai stata ritrovata) nella loro stanza sul retro del bar a Rosolina. Le due donne, originarie di Paese, lo gestivano da sole dopo la morte del marito di Elisea. Isolate in un piccolo chiosco all’estremità della spiaggia, dove l’Adige si tuffa nell’Adriatico.
I familiari avevano provato senza risultato a dissuaderle anche perché quel luogo era frequentato da personaggi sinistri.
Un ladro seriale
Originario di Pisek, in Boemia meridionale, l’ex lavapiatti oggi quarantottenne, è stato rinviato a giudizio a ottobre. Dopo decenni di false piste, l’indagine è stata riaperta l’anno scorso a seguito di una corrispondenza tra il Dna del ceco e un mozzicone di sigaretta trovato nella Fiat Argenta delle vittime e impiegata dal killer per la fuga.

Uno degli elementi che incastrato ad altri tasselli contenuti nell’imponente fascicolo nelle mani della Procura polesana, ha portato alla riapertura del caso. Dusek ha ricevuto l’avviso di garanzia mentre si trovava ancora in carcere in Repubblica Ceca dove stava scontando un periodo di detenzione per il reato di furto.
«Un ladro seriale, con una cinquantina di precedenti per furto con scasso alle spalle, ma nessuna aggressione, nessuna traccia di reati violenti contro la persona» precisa il suo legale, l’avvocato Pier Luigi Rando. Dusek ha appreso di essere indagato poche settimane prima della scarcerazione. Alla notifica dell’avviso della Procura il detenuto non ha reagito.
Le autorità lo sanno perché nei giorni precedenti la consegna gli hanno messo delle cimici nella cella. Nessuna traccia di reazioni di sorpresa o frustrazione come ci si aspetterebbe da chi è prossimo ad uscire di prigione e di punto in bianco viene coinvolto in un caso di omicidio avvenuto 27 anni prima, quando lui era appena ventenne.
Del passato di Dusek si conosce poco. Si sa che prima di arrivare a Rosolina per la stagione estiva assieme ad un connazionale era stato a Roma. Dopo il delitto, “Carlo”, come lo chiamavano Elisea e Cristina, è tornato in Repubblica Ceca dove ha vissuto di espedienti con quello che racimolava commettendo furti. Nessuna dimora fissa, ma un vagabondare continuo fra alloggi di fortuna, ospitato da persone conosciute per strada. L’ultima che gli ha dato ospitalità è stata una donna, la stessa che un giorno si è svegliata per scoprire che l’ospite era sparito con gli ori. È accaduto tre mesi fa: l’ultimo segno del passaggio del sospettato del duplice delitto di Rosolina. Un fantasma anche sui social dove conta almeno sei profili vuoti. Niente amici, niente riferimenti a luoghi, solo qualche autoscatto con diversi tagli di capelli.
I nodi del processo
Il destino di quest’uomo evanescente, e così la prospettiva di conoscere la verità per i famigliari di Elisea e Cristina, è in mano alla Procura. Venerdì 5 giugno si è svolta la prima vera udienza dibattimentale del processo. Assenti in aula i familiari delle vittime.
«Rimestare il passato è troppo doloroso per loro», fa sapere l’avvocato di parte civile, Martino De Marchi, che ha dedicato gli ultimi anni a riordinare il fascicolo, sperando in una riapertura delle indagini.
Quella di venerdì è stata una sessione fiume di nove ore durante la quale sono stati sentiti i primi testimoni; fra questi i carabinieri del Ris di Parma che ad aprile hanno riesaminato le prove. Dalle nuove analisi sono emerse delle impronte digitali di Dusek sulla torcia rinvenuta sulla scena del delitto. «L’ex lavapiatti usava quella torcia per spostarsi dalla baracca dove alloggiava al chiosco regolarmente» obietta il legale dell’imputato. Quest’ultimo da un paio di notti in realtà dormiva all’interno della struttura perché in quel periodo, nonostante fosse già estate, faceva un freddo insolito. L’assassino, chiunque sia, aveva accesso al chiosco che all’indomani dell’omicidio era chiuso a chiave. Ma non solo, il killer doveva conoscere le abitudini delle due donne, doveva sapere che l’incasso del giorno veniva trasferito ogni sera in una cassettina. La stessa da cui sono state trafugate le 600.000 mila lire.
Le minacce i giorni prima
«Perché ammazzarle con tanta brutalità quando avrebbe potuto prendere i soldi e scappare?». Se lo chiede l’avvocato Rando, sostenendo che manchi un movente. «Per colpirle con una tale brutalità, tanto più mentre erano a letto indifese, a mio avviso denota una chiara intenzione di uccidere». Cristina fu colpita circa 16 volte: morì nei giorni successivi.
C’è un’altra pista da percorrere, sostiene l’avvocato. Dal fascicolo è emersa infatti la testimonianza di un’amica della Marcon che prima dell’omicidio ha sentito un uomo, già indagato e poi prosciolto, dire (testuale) «Prima o poi queste due le ammazzo». Si tratta di un uomo di Rosolina che aveva prestato per qualche tempo servizio al bar e che aveva avuto una relazione sentimentale con Elisea, dalla quale sosteneva di avanzare del denaro. Una pista chiusa, ma che, auspica il legale, andrebbe ripercorsa. Si torna in aula il 6 novembre per sentire gli altri testimoni.
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