Il processo alla badante killer: «Sembrava gentile, ma avvelenava i nostri genitori»

In aula d’assise a Vicenza i familiari degli anziani avvelenati dalla badante alla prima udienza: Paola Pettinà accusata di due omicidi, tre tentate uccisioni e quattro intossicazioni

Sabrina Tomè

Nessuna possibilità di ottenere sconti di pena. La Corte d’Assise di Vicenza ha negato ieri il rito abbreviato a Paola Pettinà, la badante vicentina di 47 anni accusata di aver ucciso due anziane che assisteva e di aver avvelenato con maxi dosi di benzodiazepine altre sette persone, tentando di ammazzare tre di loro compreso l’ex fidanzato; il tutto tra il 2022 e il 2024 nel Vicentino e nel Padovano.

Si è dunque aperto il processo a carico della donna che da un anno è in carcere a Montorio. Pettinà non era in aula, c’erano invece i familiari delle sue vittime: le figlie e i figli che le avevano affidato anziani a volte fragili e a volte sani, ma comunque bisognosi di sostegno e di aiuto. E Paoletta, come affettuosamente la chiamavano, sapeva conquistarne rapidamente la fiducia perché lei c’era sempre, c’era anche fuori dall’orario di lavoro ed era così affabile e premurosa. Almeno all’apparenza. Perché, se le ricostruzioni della Procura verranno confermate, la badante era in realtà una fredda assassina seriale.

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La redazione

Lo stato catatonico

«Mamma la adorava», raccontano a fine udienza i familiari di Imelda Stevan, la pensionata di Sandrigo che Pettinà avrebbe riempito di farmaci ipnotico-sedativi. «Ma tre giorni dopo il suo arrivo, mia madre è caduta», continua la figlia, «E poi è iniziato quello stato di sopore continuo, quelle corse al Pronto Soccorso». La voce trema, il ricordo non si cancella. La signora Imelda oggi non c’è più; la sua morte non è attribuita dagli investigatori alla badante, ma l’avvelenamento sì.

Come nel caso dei coniugi di Breganze che oggi ci sono ancora, e lo devono anche allo scrupolo del loro medico. «Da noi Paoletta è arrivata nel luglio del 2024, sembrava così premurosa», ricostruisce la figlia, «Veniva anche fuori orario di lavoro, arrivava con la macchinetta per misurare la pressione, diceva che voleva controllare se stavano bene».

E invece loro stavano sempre peggio: «Sempre più addormentati, catatonici», prosegue la figlia, «iniziammo a portarli in ospedale, succedeva di continuo. Ricordo quel giorno che papà tornò a casa dopo l’ennesimo ricovero: si era ripreso perfettamente. Arrivò lei e gli preparò un caffè. Poche ore dopo papà era di nuovo in ospedale». Cosa stava succedendo? «Ne parlammo con il medico di base, ci ascoltò attentamente. E ci consigliò di allontanare la badante. Lo facemmo. Da allora i miei genitori sono tornati a stare meglio. Oggi papà è arrabbiato, vuole giustizia».

Intossicata e rapinata

«Giustizia per noi e per le altre famiglie», chiede Cristina Rinaldo, figlia di Luisa Gasparotto di Dueville. La signora, contesta la Procura, è stata stordita con xanax e trittico e derubata dei suoi gioielli. «Mamma aveva bisogno di assistenza per poche ore al giorno perché si era rotta un braccio», prosegue, «Avevamo contattato Pettinà che ci sembrava molto disponibile; veniva anche la domenica dicendo che passava per un caffé e per controllare come stava. Abbiamo iniziato ad avere qualche sospetto quando mamma ha avuto un decadimento in picchiata. Dormiva sempre, abbiamo chiamato quattro volte l’ambulanza, risultò drogata di benzodiazepine. Accusammo mamma di prendere dosi eccessive di Tavor, penavamo dimenticasse di averlo già assunto».

E ancora: «Lei ci giurava che non era così. Nel frattempo Pettinà l’ha alleggerita dei suoi ori e dei suoi ricordi, la catenina d’oro della nonna, la collana di mio padre a cui tenevamo tantissimo. Sparì tutto. Quando me ne accorsi ebbi un dubbio, ma nessuna certezza. Dissì a Pettinà che il responsabile avrebbe molto sofferto, lei si irrigidì e il giorno dopo mi chiese se avessi dubbi su di lei. Decidemmo infine di prendere un’altra badante e mamma è tornata la persona che era prima. Mai però avremmo immaginato una cosa del genere e che avrebbe continuato. Ho avuto dei sensi di colpa: se fossi stata più presente nei giorni in cui lei era con mamma, magari avrei potuto accorgermene e fare denuncia».

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