Annabella: perché gli investigatori sono sicuri si sia trattato di un suicidio

Così vengono spiegati i molti elementi che sembrano spingere verso altre ipotesi, dalle due pizze al cerotto sulla bocca sino al tardivo ritrovamento del corpo

Silvia Bergamin
Molti dubbi sulla fine di Annabella: ecco cosa pensano gli investigatori
Molti dubbi sulla fine di Annabella: ecco cosa pensano gli investigatori

Sul bordo vertiginoso fra pianificazione lucida e suicidio, un susseguirsi angosciante di gesti che sembrano incoerenti rispetto alla scelta dell’azione finale. Annabella Martinelli, 22 anni, esce di casa a Teolo la sera dell’Epifania.

Da quel momento mette in fila una serie di comportamenti che possono apparire inspiegabili. Fino all’ultimo, fino a un cerotto a coprirsi la bocca: per morire subito, per morire in fretta. Ora tutto è finito nell’abisso del non-senso. Resta da decifrare la logica delle sue ultime ore, per provare a dare briciole di razionalità consolatoria alla sentenza degli inquirenti: Annabella si è tolta la vita.

Le pizze

La ragazza se ne va con la sua bici viola – che poi chiuderà con un lucchetto – due cartoni di pizza e tre lattine di Coca Cola. I cartoni verranno ritrovati a pochi metri dalla bicicletta, a dieci chilometri dal luogo di acquisto.

L’enigma segna ogni dettaglio: perché percorrere chilometri con temperature sotto lo zero, portando con sé cibo e bevande che non mangerà fino in fondo? Gli inquirenti spiegano che quei dettagli apparentemente illogici rientrano in un piano suicidario meticoloso: i cartoni vuoti ritrovati vicino alla bici e i resti di pizza sul luogo del suicidio, insieme ad altri pezzi nello zaino, non indicano presenza di terzi, ma rappresentano piccoli gesti di auto-consolazione, un modo per esorcizzare la paura e trovare il coraggio di entrare nel bosco, al buio, al freddo, sapendo del pericolo dei cinghiali, e chiudere gli occhi per sempre.

Un corpo introvabile per nove giorni

Il corpo di Annabella viene trovato solo nove giorni dopo, nonostante le ricerche che coinvolgono oltre cinquanta persone tra vigili del fuoco, protezione civile, forze dell’ordine e unità cinofile molecolari: un fallimento apparente che le forze dell’ordine attribuiscono alla difficoltà del terreno boschivo, alla vegetazione fitta e ai limiti dei cani nel seguire tracce di soggetti immobili.

Con ogni probabilità potrebbe esserci stato un problema di «odore di rimbalzo»: «Annabella potrebbe aver lasciato delle tracce olfattive e l’odore si è diffuso su superfici vicine o circostanti. Ma a quel punto il cane non annusa più la fonte diretta, ma l’odore che rimbalza da altri oggetti o materiali. Un fenomeno che a volte crea confusione nel seguire la pista», osservano gli inquirenti.

Il cerotto

Quel cerotto sulle labbra, fissato da una garza, resta uno dei dettagli più inquietanti: gli investigatori ritengono che Annabella l’abbia applicato volontariamente per evitare di respirare, per poter morire in fretta. In sostanza, la studentessa di Giurisprudenza sarebbe stata coerente con la paura – raccontata nei suoi diari – di una morte lenta e con la volontà di esercitare il massimo controllo sul gesto. La scelta del luogo non è casuale: un boschetto sul Monte Oliveto, vicino ma non visibile dalla strada principale, sufficientemente isolato per compiere il suicidio senza interferenze, ma raggiungibile in bici.

La fatica della verità

Il lungo scritto lasciato in camera, ritrovato dai genitori, costituisce un testamento emotivo, in cui la giovane spiega le motivazioni della decisione. Uno scritto che conferma l’ipotesi suicidaria. Ogni altro elemento – le due pizze, i cartoni vicino alla bici, le tre lattine, il cerotto, il ritardo nel ritrovamento – iene dagli inquirenti letto come parte di un piano lucido e coerente. Un piano estremo ma possibile, terribile ma coerente, straziante ma figlio di qualcosa.

Ora restano gli ultimi passaggi per indagare ancora, per approfondire: l’autopsia prevista martedì servirà a confermare dinamica, assenza di violenza esterna, e applicazione del cerotto in vita. Intanto, rimane quell’angosciosa convivenza fra la normalità delle cose – la bici, i cartoni di pizza – e l’orrore del suicidio.

Le indagini portano però a una analisi dei fatti in cui tutto converge verso la stessa conclusione: un atto pianificato, volontario, eseguito con lucidità e ritualità. La bici chiusa, il bosco, il cerotto, la garza, la corda nello zaino rosso. E la decisione – potente e d’impulso – di dire addio al mondo. 

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