Maniero, come non l’avete mai letto: «Malato, non parla più. La vita gli ha restituito molto delle malefatte»

La diagnosi: depressione e demenza senile. Dianese firma un nuovo libro su «Faccia d’angelo», frutto di un anno e mezzo di incontri: «Scrivo di lui dal 1986, quando tutti lo consideravano a capo di una banda di polli». 

Nicolò Menniti Ippolito

«Felice Maniero non è più Felice Maniero». Sintetizza così la situazione Maurizio Dianese, storica firma del Gazzettino, grande conoscitore della criminalità del Nordest, autore di tanti articoli e di libri sulla Mala del Brenta e su quello che negli anni ’80 è stato Faccia d’angelo. Ora non lo è più; ha 71 anni, è malato, non ricorda se ha ancora soldi da qualche parte o dove ha messo il quadro di Van Gogh che pure dovrebbe avere. In Come me nessuno mai. Le mille vite di Felice Maniero bandito (SEM, 240 pagine, 18 euro), da oggi in libreria, Dianese ha raccolto per l’ultima volta la voce del bandito che ha “governato” il crimine a Nordest.

Come è nata l’idea di un nuovo libro su Felice Maniero?
«Da una sua chiamata. Io scrivo della banda dal 1986, quando tutti li consideravano “ladri di polli”, mentre io ritenevo che fosse un’organizzazione molto pericolosa e che Maniero fosse un super bandito. Quindi, ai suoi occhi, ero “il nemico”. Ma quando è uscito l’ultima volta dal carcere per le percosse a Marta Bisello, mi ha chiamato. Ci siamo incontrati a Empoli e ho fatto fatica a riconoscerlo: magrissimo, macilento, invecchiato. È partito subito a sproloquiare dicendo che voleva fare un libro su quest’ultimo caso, in cui si riteneva ingiustamente condannato, ma gli ho spiegato che non aveva senso e oltretutto aveva torto: sarei stato disposto ad ascoltarlo solo se avesse raccontato tutto quello che non aveva mai raccontato».

Ci sono ancora lati oscuri nella sua storia?
«Sì, la scomparsa di Radetich, per esempio, su cui non aveva mai detto la verità. Per anni aveva negato ogni responsabilità; poi, trent’anni dopo, ammette: “Sì, è stato fatto fuori perché rubava, e l’autorizzazione l’ho data io”».

Maniero è sempre stato un manipolatore, anche da collaboratore di giustizia. Oggi che è malato è più credibile?
«Lo frequento da un anno e mezzo: all’inizio era ancora il Maniero di una volta, furbo, scaltro, sempre pronto a venderti la sua versione dei fatti. Abbiamo anche litigato, soprattutto sulla figura della madre. A Saviano aveva detto: “Mia mamma non ha mai toccato un anellino”. Io gli ho risposto: “A me non la racconti. Tua mamma ha riciclato cinquanta miliardi”. Prima si è infuriato, poi ha ammesso: “Sì, salvaguardava i miei beni”. Col tempo ha mollato molto, e sono uscite cose totalmente inedite, per esempio che a 14 anni è scappato a Londra, dove ha vissuto da hippy, frequentando concerti. Ma la rivelazione più importante è la malattia: lui dice che la depressione inizia dopo la fuga da Fossombrone».

Malattia diagnosticata?
«Ufficialmente è “depressione maggiore”, con tratti di bipolarismo. Ora anche demenza senile. Negli ultimi tempi fa proprio fatica a mettere insieme una frase. L’ultimo momento in cui aveva ancora un minimo di lucidità è l’intervista a Fedez, a settembre. Era già in difficoltà, ma aveva ancora dei punti di riferimento. Dopo ha perso tutto. Per questo dico che oggi è credibile: è in difficoltà, ha deciso di fare i conti con sé stesso e aveva bisogno di aiuto. Infatti il primo incontro si è chiuso così: “Per piacere, dammi una mano. Ho bisogno di farmi ricoverare”. A quel punto il “nemico” diventa inevitabilmente qualcuno cui tendere una mano».

Nel libro emerge anche il confronto col suo mito. Quanto è stato importante per lui?
«Tantissimo. Quando è apparso sui giornali, si è nutrito di quell’immagine. Gli chiedevo: “Ti andava bene che i giornali ti dipingessero come bandito, assassino, criminale feroce?”. E lui: “Potevate scrivere tutto il male possibile, ma intanto parlavate di me”. Era prigioniero della sua leggenda. Sapeva che chiunque lo incontrasse voleva sentirsi raccontare di rapine, colpi, fughe. Con me ogni tanto ha parlato di altro, di tennis, di Sinner… ma con gli altri no: racconta la sua epopea, cosciente di essere una figura rilevante della storia recente. La sua banda è stata la più numerosa del Nord: 450 uomini, un esercito. La più ricca. La più feroce. Basti vedere la trattativa con mafiosi di grande peso come i Fidanzati: è stata fatta alla pari, senza complessi. La ’ndrangheta nel 1986 gli chiese aiuto per le bische clandestine di Modena. Quando poco più di un anno fa l’ho portato a Campolongo Maggiore per cambiare nome — perché ora non si chiama più né Felice Maniero né Luca Mori — la gente lo fermava, lo ossequiava, qualcuno lo baciava. È ancora un mito popolare».

Poi la nemesi.
«Nessuno poteva immaginare che avrebbe fatto una fine così ingloriosa. L’ultima pagina del libro lo ritrae in una casa di riposo e ogni tanto ripete: “Io sono Felice Maniero”. Ma nessuno gli crede. I figli non gli rispondono al telefono: per lui questa situazione è devastante. Ormai siamo agli sgoccioli. Fa fatica a capire se fa freddo o caldo, dove si trova, se deve mangiare o vestirsi. La vita gli ha restituito molto di quello che ha fatto».

 

L’intervento

La scheda

Come me nessuno mai. Le mille vite di Felice Maniero bandito- Maurizio Dianese

240 pagine, 18 euro

SEM, 2026

Attingendo alle confessioni di Maniero, scivolando nei risvolti più intimi di una vita, svelando retroscena inediti e segreti finora gelosamente custoditi, Come me nessuno mai traccia un ritratto unico, mai visto prima, di una delle figure più iconiche e popolari della storia criminale d’Italia. La sua è una sfida al destino, alla povertà, alla vecchiaia. Alla malattia. Felice Maniero è la leggenda. Così lo vogliono tutti e forse soltanto così riesce a vedersi, il bandito senza paura e con solo una grande macchia, il tradimento. Del quale non si pente.

Maurizio Dianese è un giornalista e scrittore italiano. Laureato in lettere e filosofia presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, ha scritto Il bandito Felice Maniero (1995), la prima inchiesta sulla “mafia del Brenta”. Oltre a La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli, pubblicati per Feltrinelli con Francesco Bettin, è autore dei romanzi Nel nido delle gazze ladre. Il romanzo della mala veneziana (2017), Doppio gioco criminale. La vera storia del bandito Felice Maniero (2018) e Profondo Nordest (2019).Tra gli altri titoli, La tigre e i gelidi mostri. Una verità d'insieme sulle stragi.

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