Vincenzo Alberto Annese, il tecnico giramondo: «Ho vinto ovunque, voglio allenare in Serie A»
Il 42enne pugliese è il nuovo ct della Guinea Equatoriale dopo esperienze in quattro continenti e diversi trofei vinti. «Voglio allenare in Serie A e posso riuscirci solo con i risultati»

«E' vero. Sono l'unico allenatore italiano ad avere lavorato in quattro continenti: Europa, Asia, Africa e Centro America. Francamente non so neppure se ci sia qualcuno al mondo che abbia fatto come me. Ma il punto, ormai, non è più questo».
E qual’è?
«La storia del tecnico giramondo mi sembra riduttiva. Io, in giro per il mondo, ho vinto. Farlo sapere prima non mi interessava più di tanto, convinto com'ero che i risultati parlassero da soli e arrivassero, quantomeno, agli addetti ai lavori».
Invece?
«Invece non è così, non è sempre così. E per uno come me che vuole tornare ad allenare in Italia, che pensa di meritare una chance, la faccenda comincia a diventare penalizzante».
Quindi parla volentieri al nostro giornale.
«Volentierissimo. Senza comunicazione non esisti». Vincenzo Alberto Annese, 42 anni il 22 settembre, allenatore Uefa Pro, dopo un percorso anche da preparatore atletico, parla dalla Guinea Equatoriale dove è diventato ct della Nazionale, portando con sé uno staff tutto italiano. Pugliese di Molfetta, ha cominciato negli Allievi e nella Primavera del Venezia di Zamparini. Come altri seguì il presidente al Palermo, ma fu prestato al Martinafranca. Il Palermo non lo riscattò. A frenarlo furono gli infortuni, strappi muscolari frequenti.
A 23 anni smise e cominciò a studiare Scienze Motorie per diventare allenatore.
«Ero e sono determinatissimo. Non sono arrivato in serie A come calciatore, voglio farcela da tecnico».
Cominciamo dalla fine?
«La Guinea è un nuovo inizio. Tra pochi giorni giocheremo contro il Congo per le qualificazioni alla Coppa d'Africa. Dire Congo significa ricordare che al Mondiale è uscito solo dall'Inghilterra, ma avrebbe meritato di andare avanti. E' una sfida piena di attrazione, sento una grande responsabilità».
Ad un quotidiano della Guinea Equatoriale ha anticipato che la sua nuova Nazionale è in fase di transizione.
«Esatto. Sono usciti di scena Pedro Obiang, oggi direttore sportivo del Monza, ed Emilio Nsue, bomber e capitano, simbolo di una generazione che ha lasciato un'importante eredità. Tuttavia non mi lamento, la sfida è ardua, ma sono abituato. Abbiamo Mascarel, ex Liga, ora in Arabia e Coco del Torino. Più calciatori che militano in Cina o nella Champions asiatica».
L'obiettivo della sua Guinea?
«La qualificazione alla Coppa d'Africa, che è quello che mi hanno chiesto. Oltre a puntare un occhio sul Mondiale del 2030».
Starà fisso in Africa o ogni tanto tornerà in Italia?
«Resterò qui, il lavoro è tanto e non posso trascurare nulla».
Lei ha scelto uno staff formato solo da professionisti toscani. C'è una ragione particolare?
«A me i toscani piacciono come persone. Inoltre i miei collaboratori tecnici, il medico e i fisioteraisti hanno tutti grande competenza e preparazione. Infine – ed è la considerazione più importante – sono convinto che gli italiani, nel calcio, siano i migliori».
Risaliamo la corrente della sua storia e della sua vita. Perché ha cercato di allenare all'estero senza quasi provare in Italia?
«Mi sentivo chiuso, in Puglia c'erano molti sbarramenti. Ho fatto tre anni in serie C con l'Andria e uno con il Foggia e poi il preparatore atletico. Ma ho capito che per allenare ad alto livello me ne sarei dovuto andare. Adesso è diverso, dieci anni fa un giovane allenatore non aveva spazio. Vlevo essere protagonista. Poi, e non è secondario, volevo capire e studiare il mondo. Parlo spagnolo, inglese, francese, russo, portoghese, armeno».
Ha fatto tutto da solo?
«No, questo no. Anch'io mi sono affidato ad agenti e agenzie che mi hanno proposto alle Federazioni. Senza è impossibile».
Qual è stato il primo approdo?
«Lituania, Lettonia, Estonia. Assistente allenatore. Da capo allenatore, invece, ho cominciato in Armenia con le Nazionali Under 17 e Under 19. Quindi Cina nel periodo d'oro, a capo di un'Academy e formatore degli allenatori Nike. Però non mi piaceva e sono tornato ad allenare».
Quando il primo trofeo?
«Nel 2016, con il Bechem United in Ghana. Vincemmo la Coppa Nazionale».
Ma la doppia impresa fu in India.
«Con il Gokulam Kerala, due campionati di fila 2021 e 22».
E da qui si apre il capitolo delle Nazionali.
«Nepal, con il quale raggiunsi il massimo per il calcio nepalese, ovvero la qualificazione alla seconda fase della Coppa del Mondo, il Burkina Faso e adesso la Guinea Equatoriale».
Qualche rimpianto?
«Essere arrivati a due punti dal titolo nazionale con l'Al Ahli in Cisgiordania e aver perso la finale di quella Coppa».
Dodici anni ad altissima intensità. Potrebbe scrivere un libro.
«Già fatto. Esce il 6 ottobre per Feltrinelli. Ne vado orgoglioso, ne parliamo la prossima volta».
La sua priorità sono il Congo e poi la Sierra Leone, i primi avversari.
«La priorità è la Guinea. Se cominciamo bene, tutto viene di conseguenza. Se lo ricordi: io voglio allenare in serie A e posso riuscirci solo se faccio risultati».
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