È morto Sandro Mazzola, il campione che seppe diventare se stesso

Figlio di Valentino, morto a Superga nel 1949, Sandro Mazzola ha scritto la storia dell’Inter e della Nazionale senza vivere all’ombra del padre. Dalla Grande Inter di Herrera alla finale del 1970 contro il Brasile

Ario Gervasutti
Sandro Mazzola, l’erede di un mito che diventò leggenda da solo
Sandro Mazzola, l’erede di un mito che diventò leggenda da solo

Il tempo dovrebbe lasciar stare gli uomini che donano felicità. Purtroppo è impossibile, e ci troviamo costretti a carezzare i grani di un rosario fatto di ricordi, di emozioni, di gioie. Di un tempo in cui Mazzola non era un cognome: era un soprannome. «Sembri Mazzola» era una pietra di paragone per indicare qualcosa di inarrivabile, imprevedibile.

Sandro Mazzola era nato a Torino nel 1942 e aveva appena sei anni quando Superga si prese suo padre Valentino e con lui il Grande Torino, la squadra che aveva fatto del calcio una forma di epopea nazionale. Il piccolo Sandro rimase dunque con un cognome enorme e una memoria che non poteva essere sua, perché troppo presto gli era stata consegnata dagli altri. Essere figlio di Mazzola doveva essere una faccenda mica semplice. Il padre era un mito: lui doveva diventare un uomo. Diventò un campione.

Sandro prese il cognome paterno e lo portò sui campi: non tentò di imitare Valentino. Fece la cosa più seria che un figlio possa fare nei confronti di un padre celebre: diventare se stesso. All’Inter trovò il suo luogo naturale. Sotto il bastone tattico di Helenio Herrera nacque la Grande Inter, squadra dura, organizzata, sapiente nell’arte della sofferenza e ferocissima quando si apriva uno spiraglio. Non era calcio per anime delicate. Era calcio di disciplina, sudore e improvvisa lama. Mazzola era quella lama.

Aveva corsa, aveva tiro, aveva un fiuto speciale per l’area. Ma soprattutto possedeva quella virtù che nessun allenatore può insegnare: sentiva in anticipo dove sarebbe caduto il pallone. Gli altri arrivavano sul posto: lui sembrava già esserci.

Poi arrivò la Nazionale, e con essa la faccenda Rivera. Il grande antagonista, l’altro ragazzo d’oro. Il milanista elegante, geometrico, quasi aristocratico; Mazzola più verticale, più irruente, più figlio della corsa e dell’istinto. Il giornalismo ci costruì sopra una contesa nazionale, quasi che l’Italia dovesse necessariamente scegliere fra due modi di accarezzare il pallone.

Mazzola e Rivera erano diversi. Ma non erano nemici. Il 1970, in Messico, trasformò poi quella diversità in materia leggendaria. L’Italia arrivò alla finale dopo la storica battaglia con la Germania. Mazzola c’era. Poi venne il Brasile di Pelé e l’Italia si arrese, con i 6 minuti concessi a Rivera. Ma quella sconfitta non cancellò il campione. Al contrario, lo consegnò alla memoria insieme a una generazione intera. Perché la gloria sportiva non consiste soltanto nel vincere. Consiste anche nel rappresentare un tempo.

Mazzola rappresentò il tempo degli uomini veri prima ancora che degli atleti-eroi. Senza maschere mediatiche, senza sovrastrutture social, senza armamentari frou-frou. Epoche in cui il calciatore - il campione - poteva anche concedersi una malinconia discreta, che per Sandro veniva da lontano. Per tutta la vita Valentino gli camminò accanto senza poterlo accompagnare davvero. Il padre morto a Superga rimase una presenza tanto più forte quanto più era invisibile. Sandro ne portò il ricordo senza farsene schiacciare. Questo, forse, fu il suo capolavoro umano. Mazzola fu un campione senza essere prigioniero del campione. Fu il figlio di Valentino senza restare soltanto il figlio di Valentino.

Aveva fama di persona schiva, timida, forse per via di una voce affatto tonante, un soffio più appropriato a un ottantenne con poco fiato che a un atleta che in campo ben pochi riuscivano a trattenere. In realtà con gli anni e solo dopo aver smesso di sfidare gli avversari era sembrato aver finalmente preso coscienza della sua grandezza, e quando parlava non lo faceva mai con la banalità alla quale i campioni di oggi ci hanno abituato. Le sue non erano mezze frasi, erano rasoiate.

Adesso, finalmente, può permettersi di riposare senza dover dimostrare più nulla a nessuno. Nemmeno a Valentino che, da lassù, forse lo avrà guardato giocare con l’unico giudizio che contasse davvero. Quello di un padre.

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