Tathiana Garbin, dalle vittorie nel tennis alla lotta contro il cancro: «Non abbiate paura di chiedere aiuto»

L’ex tennista veneziana e Ct azzurra racconta l’esperienza della sua malattia nel documentario “Vite in campo” presentato al Festival del cinema di Roma. «La cosa importante è non aver paura di chiedere il sostegno a chi ti è vicino»

Elena Grassi
Tathiana Garbin al Festival di Roma
Tathiana Garbin al Festival di Roma

La campionessa veneziana Tathiana Garbin di sfide nella sua carriera sui campi da tennis ne ha vinte tante. Da giocatrice si è distinta a Wimbledon come al Roland Garros e da capitana della nazionale italiana ha raggiunto la finale della Billie Jean King Cup in tre anni consecutivi, dal 2023 al 2025, conquistando il trofeo nelle ultime due edizioni.

Ma il suo match decisivo è stato quello contro un cancro rarissimo, lo pseudomixoma peritonei, che si è manifestato nel settembre 2023 a New York durante gli US Open: due interventi e un percorso di rinascita grazie alla squadra che le è stata accanto e al coraggio di chiedere aiuto.

Garbin racconta la sua esperienza nel documentario “Vite in campo”, presentato alla Festa del cinema di Roma e da novembre disponibile su Amazon Prime. Scritto e diretto da Donatella Romani e Roberto Amato vede come conduttore Roberto Farnesi che incontra e accompagna la testimonianza di alcuni sopravvissuti a malattie rare, sconfitte grazie alla ricerca medica, spiegata nel film da luminari come Umberto Cillo, direttore del centro trapianti dell’Azienda Ospedaliera dell’Università di Padova. Si tratta di un’opera divulgativa che dà l’opportunità allo spettatore di riflettere sull’importanza della salute e sul valore della condivisione, come spiega l’allenatrice che ora vive a Formia e lavora al Centro di preparazione Olimpica.

20050510 - ROMA - SPR - TENNIS; TELECOM ITALIA MASTERS ROMA. L'italiana Tathiana Garbin in azione, durante la partita contro la russa Evgenia Linetskaya, nella seconda giornata del torneo femminile Telecom Italia Masters Roma. CLAUDIO ONORATI - ANSA - KRZ
20050510 - ROMA - SPR - TENNIS; TELECOM ITALIA MASTERS ROMA. L'italiana Tathiana Garbin in azione, durante la partita contro la russa Evgenia Linetskaya, nella seconda giornata del torneo femminile Telecom Italia Masters Roma. CLAUDIO ONORATI - ANSA - KRZ

Garbin, qual è il suo rapporto con Venezia?

«Amo tutto il Veneto perché mi ha dato i natali, la mia famiglia è ancora a Venezia, le persone a me più care sono venete e c’è un pezzo di me che è rimasto lì».

Che cosa si è portata dentro delle sue origini?

«Le radici venete mi hanno dato la dimensione corretta del lavoro, del mettersi in discussione per ottenere un obiettivo. Noi veneti abbiamo questo mindset che ci aiuta anche nei momenti difficili perché siamo sempre pronti a rimboccarci le maniche e fare il lavoro duro. Se penso nello specifico alla mia famiglia, credo il perseverare sia l’insegnamento più grande che mi hanno dato i miei genitori».

Torniamo all’inizio della storia raccontata dal documentario: come ha appreso della sua malattia?

«Siamo nel 2023 a New York dove sento dei fastidi alla pancia, c’era un gonfiore strano. Per noi sportivi il corpo è come uno strumento quindi ascoltarci è fondamentale e questo è un campanello d’allarme. Torno a Roma, faccio i controlli e, pur essendo sempre stata monitorata da sportiva, subito mi dicono: c’è qualcosa che non va. Mi sono fatta prendere in cura a Pisa perché c’è l’equipe medica della nazionale. La diagnosi è stata sconvolgente».

Di cosa si trattava?

«Di un tumore raro che parte dall’appendice e si scatena poi su tutti gli organi interni, e oltre a due interventi ho dovuto fare anche una chemio ad alta temperatura. Tra un’operazione e l’altra avevo la Billie Jean King Cup, a cui sono riuscita ad assistere di persona perché non volevo abbandonare la squadra. Abbiamo perso in finale con il Canada, ma in quel momento ci siamo fatte una promessa reciproca: le ragazze che l’anno successivo avrebbero vinto e che io entro quella vittoria sarei guarita. E così è stato. La squadra mi ha sostenuta e mi ha dato la forza di continuare a competere con la mia malattia, che non è un nemico ma un avversario».

Come si è sentita durante questo percorso?

«Nella mia vita, nei momenti difficili mi sono sempre fatta una domanda che mi aiutava ad andare avanti: “se dovessi morire domani sarei comunque felice della vita che ho avuto? ” E la risposta è sempre stata sì, anche nel momento in cui questa domanda era terribilmente vera e la morte sarebbe potuta davvero accadere. Continuare a rispondere sì mi ha dato una forza incredibile».

Cosa direbbe ad una persona che sta attraversando quello che ha attraversato lei?

«La cosa più importante è non aver paura di chiedere aiuto perché in quei momenti c’è bisogno di una squadra che ti stia vicino, i tuoi medici diventano i tuoi allenatori e i tuoi amici diventano i tuoi tifosi. In questa società dove si tende a mostrare solo la parte bella è importante vedere anche l’altro lato della medaglia, quella del sacrificio, delle difficoltà, dei momenti complessi che si riescono a superare attraverso piccoli passi, piccole vittorie invisibili che poi portano a grandi successi. Tu devi avere la forza e il coraggio di farti aiutare, consacrare le piccole vittorie e dirti bravo per il percorso intrapreso».

Cosa possono fare invece le persone che stanno bene? «Fare prevenzione ed essere solidali sostenendo la ricerca e donando quando è possibile. Io ho avuto la possibilità con Tennis&friends di conoscere tanti giovani che purtroppo stanno vivendo la malattia e questo ci aiuta a restare con i piedi per terra a relativizzare i nostri problemi».

La sua vittoria più grande nella carriera tennistica?

«Da giocatrice battere Justine Henin, quando era la numero uno al mondo, e battere Monica Seles, quando era la numero tre al mondo, sono state imprese incredibili, ma devo dire che ho avuto più soddisfazione da capitana della Billie Jean King Cup: vincere il nostro primo titolo nel 2024, l’anno dopo la mia malattia, è stata un’esperienza impareggiabile».

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