Il cinque volte olimpionico Pamich: «Campioni si diventa con la motivazione»
L’esule fiumano, oggi 93 anni, si racconta: «Quando pratichi uno sport con passione il divertimento supera i sacrifici. Atleti si nasce ma campioni si diventa perché conta l’esperienza e soprattutto la forza mentale che guida il corpo nei momenti più duri»

Gli occhi chiari viaggiano verso la superficie increspata del Bacino San Giusto. Quel mare che sferza e accarezza le sue città del cuore: Fiume, Trieste, Genova. Nel mezzo Novara e ora Roma. «A Trieste mi sento a casa. Mi trovo più a mio agio qui che a Fiume. Lì sono balcanici mi sento un po’ straniero. A Roma ci vivo, purtroppo. Lì son tutti amici a parole. Genova è come Trieste un po’ chiusa ma poi ti accoglie». Eppure Abdon Pamich, a differenza di tanti suoi conterranei, ha vissuto le sue novantatre primavere con la terra sotto i piedi. Ha fatto, quanto a chilometri, tre volte il giro del mondo con le sue gambe da fuoriclasse («ma contiamo solo quelli di marcia perchè poi ci sono quelli di corsa e camminando» sottolinea). Dalla fuga dalla sua Fiume con il fratello Giovanni a 12 anni, il suo esodo lo ha portato prima nel campo profughi di Novara e poi a vivere cinque Olimpiadi (oro a Tokyo nel ’64) e a portare la fiaccola di Milano-Cortina. Le 342 vittorie in 23 anni di agonismo parlano da sole.
Lei, Sirola, Rubini avete scritto la storia dello sport del dopoguerra. Cosa avevate in più voi delle terre giuliane-fiumane-dalmate?
«Il mix genetico di razze che si sono intrecciate ha un peso. Soprattutto però c’era una cultura dello sport radicata nei giovani dalle scuole primarie all’università».
L’esperienza drammatica di dover lasciare la casa e la terra d’origine è diventata un elemento di forza?
«Io sono scappato in treno e a piedi con mio fratello a 12 anni e per fortuna quella notte a Trieste ho incontrato due persone che ci hanno indirizzato al Silos. Sono esperienze forti che forgiano il carattere. Siamo stati abituati alle rinunce»
Nello sport servono sacrifici.
«Ma no, serve una disciplina. Ma se uno ha la passione non è un peso. Faccio fatica a comprendere le nuove generazioni che mettono in evidenza questo aspetto e non il divertimento. E poi sono anche ben pagati».
Ma lei cosa sognava di fare da bambino?
«Il pugile e da piccolo mi sono anche esercitato nell’accademia di mio zio a Fiume. Poi la vita mi ha portato a un altro sport».
Il pugile come Nino Benvenuti altra leggenda e suo amico.
«Il pugilato era molto praticato all’epoca dalle nostre parti. Nino l’ho conosciuto alle Olimpiadi di Roma e da lì è nata un’amicizia fraterna».
Ma atleti e campioni si nasce o si diventa?
«La base ce l’hai dentro ma secondo me campioni si diventa. Conta l’esperienza ma è soprattutto un fattore mentale e di motivazione. Anche nella resistenza alla fatica che è stata sempre la mia caratteristica. Ho cominciato con la marcia a 19 anni. Adesso si parte da bambini. L’importante è trovare un allenatore di buonsenso».
E lei lo trovò?
«Sì a Genova e anche una squadra di compagni formidabili. Ma fino al ’60 ho fatto fatica a esprimere al massimo le mie potenzialità».
Perchè?
«I nostri tecnici federali venivano prevalentemente dai lanci. Anche la preparazione alle Olimpiadi di Roma nella quale presi il bronzo è stata condizionata da una fase preparatoria che non si attagliava alla mie caratteristiche».
Ma cosa le serviva?
«Riuscire a sviluppare senza interferenze le mie sensazioni con un equilibrio tra mente e fisico. Anche l’alimentazione era forzata: riso e bistecche mentre io sentivo che mangiando di tutto, con attenzione, avrei avuto modo di sviluppare maggiori energie. Dopo Roma decisi per dir così di mettermi in proprio. E a Tokyo arrivò l’oro e poi l’Europeo a Belgrado e tanti altri successi. In Italia mancava anche una cultura sportiva. Ognuno si muoveva in base alle sue esperienze senza confrontarsi con quelle degli altri».
E a lei piaceva confrontarsi.
«Guardi io andavo a gareggiare in Unione Sovietica. Lì c’era anche il doping, arrivavo magari sesto o settimo, ma mi mettevo alla prova con atleti che andavano fortissimo. Il loro stato di forma era programmato per un breve periodo. Dopo qualche mese li davo minuti di distacco».
Lei fece anche il record del mondo nella 50 km e adesso l’hanno tolta dal programa olimpico.
«Un vero peccato. La tradizione è qualcosa che va preservata. Se ce la facevamo noi figurati gli atlteti di oggi che possono dedicarsi totalmente alla disciplina».
Voi come vi allenavate?
«Beh io lavoravo come geometra alla Esso. E quindi bisognava conciliare l’attività sportiva con il lavoro».
Dall’alto della sua esperienza vuole mandare un messaggio ai giovani?
«Di essere liberi, di seguire il proprio istinto e di fare quello che si sentono ma sempre volendo raggiungere un obiettivo. Questo atteggiamento ti fa superare i momenti difficili».
Gli occhi di Abdon sono quelli di un giovane. «Sono un po’ Peter Pan nella testa, è il corpo che non risponde più». E come non credere a un signore che fa ancora 4 chilometri al giorno e che ha scalato in bici lo Stelvio a 75 anni. Perchè Pamich è una leggenda dello sport. Ma soprattutto è ed è sempre stato Abdon. E per questo tutti lo ringraziamo.
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