L'Udinese ritrova il Barcellona, parla Felipe: «Dal mio gol al Camp Nou alle lacrime di quella notte al Friuli»
Alla vigilia della Fvg Cup, l'ex difensore ripercorre la doppia sfida di Champions di 21 anni fa: la rete al volo, Ronaldinho e il sogno ottavi sfumato nei minuti finali

Udinese-Barcellona in programma domani all’interno della Fvg Cup non può non far tornare alla mente la doppia sfida in Champions League di 21 anni fa. Gara d’andata al Camp Nou il 27 settembre 2005, ritorno a Udine il 7 dicembre. A Barcellona finì 4-1 con gol bianconero del momentaneo 1-1 di Felipe Dal Bello, assente invece al Friuli per infortunio.
Felipe, il primo ricordo di quella doppia sfida?
«Il tragitto dall’hotel allo stadio non lo ricordo, ho bene in mente, invece, l’ingresso in campo per il riscaldamento. Tribune altissime, stadio pieno ma silenzioso. Si sentivano solo i 4 mila arrivati da Udine che però non si vedevano perché sotto il loro settore c’erano i fari che accecavano».
Lei aveva 21 anni...
«Fu una bella botta dal punto di vista emotivo, ma essendo giovane ero anche un po’ inconsapevole di quello che stavo vivendo, cercavo di fare lo spavaldo».
Segna subito Ronaldinho, poi su azione di calcio d’angolo lei segna l’1-1...
«Cross di Barreto e io che calcio di sinistro. Appena vedo la palla in rete non so cosa fare, mi metto a correre, vorrei incrociare lo sguardo di mio padre in tribuna, ma non so dov’è seduto. Alla fine vengo abbracciato da Natali. Rivedendolo è stato un gran gol perché ho calciato al volo di collo, non di interno».
Che Barcellona era quello?
«Uno squadrone, non a caso vinse quella Champions. Era all’inizio di un grande ciclo, un po’ come oggi. Il Barça è una società che non si ferma mai, che si evolve».
L’andata finì 4-1, troppa disparità di valori...
«Fecero due gol su punizione e uno su rigore. Ricordo il dialogo tra Ronaldinho e Deco prima del piazzato del 3-1: il portoghese chiese il permesso di calciare e fece gol. A inizio ripresa restammo in dieci, il 4-1 arrivò all’ultimo minuto, fallo in area mio su Ronaldinho che segnò una tripletta».
È vero che gli chiese la maglia?
«Sì, ma mi disse che a inizio partita l’aveva già promessa a Cosmi. Mi assicurò che me l’avrebbe data al ritorno, ma poi lui a Udine non venne a giocare e io restai fuori perché infortunato».
Ricordi della vigilia prima del ritorno?
«C’era grande tensione perché dopo il sorteggio dei gironi mai avremmo immaginato di trovarci a una gara dalla fine con la possibilità di qualificarci facendo un punto. Disputammo un gran girone, sei punti con il Panathinaikos, uno con il Werder Brema».
Quanto le pesò non giocare quella partita?
«Tantissimo. Feci di tutto per recuperare ma non fu possibile. Fu molto frustrante. Non essendo convocato, andai con il mio procuratore Mino Raiola all’Astoria nel ritiro del Barça. Lui doveva parlare con Ten Cate, il tecnico olandese del Barcellona che sostituiva Rijkaard. Quando a fine partita mi riconobbe nel tunnel degli spogliatoi mi disse: “Stupidi, perché siete venuti tutti in avanti ad attaccare? Noi eravamo lì tranquilli che ci passavamo la palla”».
Rimpianti?
«Beh, impossibile non averli. Il Barcellona si era presentato a Udine senza molti titolari. Messi, che giocava con la maglia numero 30, nel ritorno rimase in panchina, del tridente titolare non c’era nessuno. Siamo arrivati a cinque minuti da un risultato storico che avrebbe reso ancora più prestigiosa la storia dell’Udinese. Negli ottavi di finale avremmo affrontato il Chelsea».
Tra le immagini di quella sera una delle più forti è quella di Bertotto in lacrime che piange sulla spalla di Sensini. Ricorda?
«Loro avevano più anni e più esperienza del sottoscritto ed erano molto più consapevoli che quella era un’occasione più unica che rara. Per me anche quella è stata una lezione di cui fare tesoro».
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