La marcia forzata per non morire sull’Himalaya, l’imprenditore veneto tra i ghiacci: «Camminavamo per non congelare»
L’imprenditore e alpinista Sergio Zago racconta il trekking estremo in Pakistan: «Il passo del Gondogoro è stata la giornata più dura della spedizione. Fermarsi a 5.620 metri voleva dire rischiare di congelarsi»

L’imprenditore Sergio Zago di Santa Lucia di Piave insieme all’alpinista Paola Favero, al presidente del Cai di Marostica Vanni Marcolin e ai due alpinisti di Falcade, Anselmo Cognati e la moglie Tulli Romano, è tornato dalla spedizione sul K2 in Pakistan. Dal 24 giugno al 19 luglio.
Ingegnere, il viaggio è appena terminato. Che esperienza ha vissuto?
«È stata un'esperienza meravigliosa. Siamo arrivati fino a Concordia, uno dei luoghi più spettacolari dell'Himalaya in Pakistan, tra il Broad Peak e il K2, oltre ad altre grandi montagne come il Gasherbrum IV. Successivamente ci siamo diretti verso il campo base del Broad Peak, purtroppo abbiamo trovato la nebbia e la visibilità era molto ridotta. Nonostante questo siamo riusciti a raggiungere il crocevia di quattro degli ottomila del Pakistan, uno spettacolo unico, e a rispettare il programma del viaggio».
Nel programma di viaggio c’era anche l’attraversamento del passo del Gondogoro a 5.620 metri di quota. Siete riusciti nell’intento?
«Sì, e senza dubbio è stata la giornata più dura dell'intera spedizione. Abbiamo anticipato di un giorno la traversata perché servivano condizioni meteo perfette, in quanto con la neve o il vento sarebbe stato troppo pericoloso. Siamo partiti a mezzanotte e poco dopo le quattro eravamo già a 5.620 metri. A quell'altitudine l'ossigeno diminuisce sensibilmente e il freddo è intenso. Noi siamo arrivati in anticipo rispetto all'alba e abbiamo dovuto continuare a camminare per quasi un'ora perché fermarsi avrebbe significato congelarsi. La discesa è stata altrettanto complessa: c'erano corde fisse e tratti molto esposti, dove era fondamentale non commettere errori.
Lei ha affrontato diversi trekking. Qual’è stato il più complesso?
«Sicuramente questo è stato il più faticoso. I primi giorni abbiamo camminato spesso sulla morena glaciale, un terreno simile a sabbia e pietre instabili che rende ogni passo pesante. A questo si aggiungono la quota, il freddo e il fatto di dormire in tenda. È stato un trekking molto impegnativo sotto molteplici punti di vista».
Quali le difficoltà principali durante la spedizione?
«Alcuni momenti rischiosi li abbiamo vissuti anche lungo le strade del Pakistan. Per raggiungere l'inizio del trekking abbiamo dovuto percorrere piste molto strette e spesso danneggiate dalle frane. In un punto la strada era completamente interrotta, così abbiamo attraversato a piedi alcuni torrenti per poi salire su altre jeep che ci aspettavano dall'altra parte. Anche per raggiungere Fairy Meadows abbiamo affrontato un'ora e mezza su una strada scavata nella montagna, con il burrone a pochi centimetri dalle ruote. Ci si affida completamente all'esperienza degli autisti. Alcuni tratti sono così stretti che due jeep riescono a incrociarsi a fatica. A dire la verità, al ritorno qualcuno del gruppo stava seriamente pensando di rifare quel tratto a piedi piuttosto che risalire in macchina».
E i momenti più belli che vi porterete nel cuore per sempre?
«Ce ne sono stati tanti. Concordia è un luogo incredibile, circondato da montagne spettacolari. Ma mi ha colpito moltissimo anche la valle dopo il passo Gondogoro, dove da una parte è presente il ghiacciaio e le lingue di ghiaccio che scendono dalle pareti, dall’altra ci sono dei prati completamente fioriti a oltre quattromila metri. Sembravano due mondi completamente diversi, divisi dalla stessa valle. È un paesaggio che mi ricorderò per sempre».
Come è stato l’impatto con questa cultura totalmente diversa?
«È una realtà molto diversa da come viene raccontata. Ho trovato una popolazione estremamente ospitale e disponibile. Dal punto di vista della sicurezza, tuttavia, ci sono molte criticità: in alcuni alberghi c'erano guardie armate e in una località siamo stati accompagnati da una scorta durante una breve passeggiata. Però, personalmente, non mi sono mai sentito in pericolo.
Che cosa vi ha colpito di più della popolazione locale?
«Si percepisce che il percorso verso una piena emancipazione femminile è ancora lungo. In molte situazioni i bambini parlavano inglese, mentre le bambine no, segno che l'accesso all’istruzione non è uguale per tutti. Allo stesso tempo ho incontrato persone molto accoglienti».
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