Quarant’anni fa il titolo mondiale di Moreno Argentin: «Al ciclismo italiano mancano menti pensanti»

Parla l’ex campione del mondo: «Oggi si fa fatica a trovare elementi per formare una nazionale competitiva, ma non vedo un orizzonte roseo: da 30 anni mancano le riforme che possano attrarre i ragazzi e le famiglie»

Andrea Fin
Argentin con Gabriele Tonon e il maestro Giovanni Bragato autore della scultura
Argentin con Gabriele Tonon e il maestro Giovanni Bragato autore della scultura

Sono trascorsi 40 anni dal successo iridato di Moreno Argentin a Colorado Springs. Da quel 6 settembre 1986, l'Italia ha vinto altri sette titoli mondiali. Nessuno, però, negli ultimi 18 anni. L'ultima vittoria è targata 2008, quando, ad alzare le braccia al cielo all'interno dell'ippodromo di Varese, fu Alessandro Ballan.

Un digiuno che pesa come un macigno sul movimento ciclistico azzurro e che ne rappresenta in maniera plastica le difficoltà. E' forse anche per questo che all'appello dell'appassionato Gabriele Tonon, hanno risposto così tanti appassionati ed ex del pedale dando vita, venerdì sera, all'interno della suggestiva villa Giustiniani - Tonon di Ponte di Piave, ad un ritrovo festoso che ha consentito di rivivere le emozioni di quell'ormai lontano 1986.

«Quel giorno stavo così bene da non rendermi conto delle difficoltà degli avversari. Andai in fuga e, uno ad uno, staccai tutti. Solo Mottet rimase alla mia ruota ma sapevo di essere più veloce di lui così attesi lo sprint e lo freddai sul rettilineo d'arrivo» racconta, serafico, Moreno Argentin.

Fu vero spettacolo. Quanto manca oggi all'Italia un corridore come Argentin?
«Mah... Argentin ha corso nel suo tempo, quando si disputavano le pre-mondiali per selezionare i migliori. C'era una competizione interna per vestire la maglia azzurra e poi c'era un tecnico come Alfredo Martini che sapeva preparare l'avvicinamento alla gara in modo da creare il giusto spirito di gruppo. Oggi, invece, si fa fatica a trovare gli elementi per fare una nazionale competitiva».

Ecco, cosa manca all'Italia del pedale oggi per tornare grande?

«Mancano tantissime cose, non si può vivere di gloria e di ricordi. Credo che 30 anni fa, non siano state fatte quelle riforme che sarebbero servite per attrarre famiglie e ragazzi verso questo sport, e oggi ne paghiamo lo scotto. Ci si è concentrati troppo sulla strada che oggi presenta tanti pericoli, la pista è rimasta in secondo piano. Ci resta il fuoristrada per poter avvicinare nuovi talenti facendoli divertire in sicurezza, bisognerebbe saper sfruttare questo fenomeno in crescita ma ci vorranno almeno dieci anni di lavoro sodo per riportarci al passo delle altre nazioni. Il problema è che non vedo al vertice delle menti pensanti in grado di attuare e guidare questo necessario cambiamento, quindi siamo destinati a restare nel limbo».

Che valore ha, festeggiare il suo mondiale dopo 40 anni?

«In quegli anni sicuramente ho apprezzato la vittoria e il fatto di vestire la maglia iridata, ma forse non ho assaporato a pieno la bellezza di un successo di tale portata. Ora, dopo tanti anni, vengono in mente tanti aneddoti, si notano dei dettagli e tante cose belle che riescono a dare una profondità diversa a quei momenti».

Argentin, se chiude gli occhi, cosa le torna in mente a proposito di Colorado Springs?

«Fu il mondiale dei sogni, non solo perchè lo vinsi ma perchè ci permise di conoscere gli Stati Uniti da vicino. Io ero già stato a Washington per un mondiale juniores nel 1977, ma allora ero troppo giovane per capire tante cose. Per la nostra generazione, cresciuta con il mito dell'America, poter vivere là per così tanti giorni, fu una esperienza fantastica».

Una nazionale italiana in ritiro negli States 40 giorni prima del Mondiale. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile, come mai quella scelta?

«Perchè avevo bisogno di trovare la condizione giusta e di abituarmi all'altura. In quell'anno vinsi la mia seconda Liegi ma subito dopo andai a correre a Zurigo, dove caddi e mi ruppi la clavicola. Ma il mio team manager, Felice Gimondi, conosceva un luminare che mi operò e mi consentì di ridurre i tempi del recupero. Però avevo bisogno di correre. Così andammo in America 40 giorni prima del mondiale, per correre una corsa a tappe di 10 giorni che partì da San Francisco. Attraversammo buona parte degli Stati Uniti e poi arrivò la ciliegina sulla torta».

Fu quella una rivincita dopo il bronzo del Montello 1985?

«Diciamo che ho aspettato a lungo quel giorno. Sul Montello stavo bene, azzeccai la fuga giusta ma poi spesi troppo e nel finale mi spensi. Dagli errori alle volte si impara...»

Cosa fece dopo la vittoria?

«Chiamai in Italia. Telefonai a Dario Mariuzzo con cui avevo condiviso ogni momento e gli dissi "Ce l'abbiamo fatta". In quelle parole c'era tutta la soddisfazione e la fatica macinata insieme per preparare quell'appuntamento».

Si dice che i giovani non hanno più voglia di fare fatica. Lei non temeva di allenarsi, cosa ne pensa?

«Non generalizziamo: ci sono tanti giovani che hanno talento e che si applicano con passione, ma pagano lo scotto di un sistema troppo alieno rispetto a loro. Io mi allenavo molto, come fa uno studente per una interrogazione, però vivevo all'interno di una squadra e di un gruppo che si divertiva.Forse i nostri ragazzi hanno bisogno di questa dimensione più umana, non solo di numeri, watt e ripetizioni, altrimenti si rischia di perdere l'anima e quelle motivazioni che poi fanno la differenza quando si è al limite delle energie».

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