La testimonianza di Nicolini dall’Ucraina: «Il calcio resiste, interrotto solo dalle sirene»
Parla Carlo Nicolini, una vita nello Shakhtar, con Mircea Lucescu e Arda Turan: «Gli allarmi fermano le partite all’improvviso e tutti corriamo nei rifugi. Sentivo di avere tanto da dare a questa gente: per questo sono rimasto»

Una lunga storia. Fatta di spazio, tempo, attese e silenzi. Mesi, anni, chilometri. Da Brescia, dove vinse subito la Serie B nel 96/97, a Donesk, in Ucraina, passando per la Turchia (Galatasaray), poi Leopoli e una guerra in terra straniera che dura da quattro anni. Eppure a calcio si gioca, anche se a volte una partita può durare quattro ore. «Succede – dice Carlo Nicolini, l'eclettico assistente allenatore prima di Mircea Lucescu ed ora di Arda Turan allo Shakhtar – quando scattano gli allarmi. L'arbitro sospende e si corre tutti giù nel rifugio».
E quanto ci si sta?
«Dipende, almeno mezz'ora, altre volte di più. Poi la partita riprende, ma non è detto che finisca. Nel frattempo bisogna fare un altro riscaldamento e ricominciare da dove si era interrotto. Solo se gli allarmi sono più di uno, si rinvia definitivamente».
Carlo non ha voglia di parlare di guerra, ma di calcio, il suo mestiere da oltre trent'anni. Come è cominciata questa avventura?
«Non certo per caso. Ma con le statistiche e i numeri. Dal 1993 al 2001 ho lavorato per quella che adesso si chiama Panini Digital, allora Digitalsoccer, il primo tentativo, ampiamente riuscito e, poi, replicato da altri, di razionalizzare il gioco. Nacque da un'intuizione di Mircea Lucescu, un allenatore all'avanguardia su queste cose qua, che chiese ad Adriano Bacconi, allora preparatore atletico del Brescia, di metterci la testa e cominciare a studiare. Fino al 2001 mi sono occupato di fornitura dati, sezionando partite e confezionando scouting di squadre di serie A e B. Siamo arrivati ad avere una trentina di clienti, tutte formazioni allenate dai migliori tecnici dei nostri campionati».
Ma lei era anche un laureato a Scienze motorie.
«Infatti, nel 2001 sono preparatore atletico alla Primavera del Brescia con Luciano De Paola. Faccio ancora le analisi di partite e giocatori per A e B, ma comincio a percepire che il feeling iniziale con i dati se ne era andato».
Per fortuna arriva la svolta.
«Sì, mi chiama Lucescu, che allenava in Turchia e mi chiede se voglio diventare il suo preparatore atletico. Io gli dico che ne parlo ai miei, ma lui mi interrompe e mi dice bruscamente: non hai capito. O vai all'aeroporto adesso e questa sera sei ad Istanbul o io prendo un altro. Partii».
Quasi vent'anni con Mircea.
«Tutti bellissimi. Al Besiktas vinciamo campionato e coppa, ma eliminiamo anche la Dinamo Kiev dalla Coppa Uefa. Questo risultato induce il presidente dello Shakhtar a chiamare Lucescu e a offrirgli la panchina dello Shakhtar. Così nel 2004 arriviamo in Ucraina e ci restiamo fino al 2016».
Lei fa sempre il preparatore atletico?
«Quello al cento per cento. Ma comincio a impratichirmi con le immagini e faccio anche il match analyst, poi do una mano allo staff con consigli tattici. Piano piano, divento il secondo di Lucescu a tutti gli effetti. Eravamo lui, io, un preparatore atletico, un traduttore e, un po' dopo, arrivò anche un collaboratore tecnico, portato da me».
In dodici anni quanto avete vinto?
«25 titoli. Con la Coppa Uefa del 2009 come fiore all'occhiello. Otto campionati, otto coppe nazionali. otto Supercoppe».
Un trionfo. Ma tutto finisce, Nel 2016 Lucescu e lei fate una scelta che, vista con gli occhi di oggi, è un po' anomala.
«Andiamo in Russia, allo Zenit San Pietroburgo. Partiamo benissimo vincendo la Supercoppa, ma poi ci vendono tutti i migliori calciatori in Cina, da Hulk e Witzel, a Garay in Spagna e finiamo terzi»
Qual è la tappa successiva?
«Di nuovo la Turchia, però questa volta a chiamare è la Federazione che affida a Lucescu una Nazionale a fine ciclo, nella quale bisogna giubilare i grandi nomi per far posto ai Calhanoglu, Celik, Under e via elencando. Tutta gente che poi si è ritrovato Montella».
Quanto state alla Nazionale turca?
«Due anni, dal 2017 al 2019. A Lucescu il lavoro delle nazionali non piaceva, era un uomo di campo e voleva andarci tutti i giorni, ritrovarsi solo una volta al mese gli andava stretto».
A quel punto che cosa succede?
«Gli avevo detto: io ti seguo ovunque tu vada. Tranne in due posti, all'Atalanta e alla Dinamo Kiev. Questioni di coerenza personale. Allo Shakhtar ci volevano bene, avevamo dato e ricevuto tanto. La Dinamo era l'avversario storico. Senza esagerare, ma sarebbe stato come se Totti fosse andato alla Lazio».
Invece Lucescu scelse proprio Kiev.
«Sì, e io lo lasciai, Intendiamoci, Mircea vinse anche lì, ma i tifosi lo contestarono fin dal suo arrivo, tanto è vero che l'anno dopo fu esonerato».
E lei?
«Qualche mese dopo mi chiamò il presidente dello Shakhar dicendo che aveva dato in mano a Dario Srna tutto il programma di sviluppo della società. E, sarà stato per quello che avevo fatto o per come mi ero comportato, o sarà stata pura riconoscenza, mi ha chiesto di affiancare Srna come vice direttore sportivo ed advisor degli allenatori che avrebbe preso la società».
Fu lei a portare De Zerbi allo Shakhar?
«Ero stato il suo primo allenatore quando aveva dieci anni, era bresciano era un emergente. Gli parlai e poi portai avanti la trattativa. Viste la conoscenza e le affinità, affiancai De Zerbi nello staff facendo da filtro tra lui e la società».
Purtroppo la stagione di De Zerbi si interrompe a metà.
«Sì, perché il 24 febbraio 2022 c'è l'invasione. Noi eravamo tornati dal ritiro invernale in Turchia il 21 e il 26, due giorni dopo l'inizio della guerra, sarebbe dovuto cominciare il campionato, Nonostante fossimo in testa alla classifica dopo 18 partite su 30, non ci assegnarono la vittoria del titolo, ma andammo in Champions».
Senza De Zerbi.
«Sì, senza di lui che aveva vinto la Supercoppa e poi era stato chiamato dal Brighton».
Lei, invece, rimase.
«Certamente. E non certo perché mi legasse il lavoro, tanto è vero che tutti i brasiliani si erano svincolati ed erano tornati in patria. Piuttosto sentivo di avere ancora qualcosa da dare a questa gente».
E dove giocaste le partite casalinghe di quella Champions?
«In Germania, due anni dopo a Cracovia. A Leopoli, invece, anche adesso disputiamo le partite di campionato, perché qui la guerra non è mai arrivata e la vita scorre tranquilla. C'è da dire che facemmo una grande Champions, battendo il grande Real Madrid e il Lipsia con una squadra di ragazzini, mossi dal talento, ma anche dall'orgoglio. Diedero e danno il 130 per cento».
Quest'anno la Champions la giocherete a Londra, nello stadio del Chelsea. Quante ore impiegherete per arrivare da Leopoli?
«Dalle dodici alle quattordici. Prima, un lungo viaggio in pullman fino alla Polonia, ma attraversando due dogane. Poi, il volo aereo. In Ucraina nessuno vola, penso lo si sappia».
Girone duro anche questa volta?
«Durissimo. Tra le italiane c'è l'Inter, poi ancora il Real Madrid, lo Sporting Lisbona, il Psv, il Fenerbahce, il Lipsia, l'Aek Atene e lo Slovan Bratislava».
Nel frattempo lei è tornato a fare il vice allenatore.
«Mi ha voluto, due stagioni fa, Arda Turan. Con me ha usato parole molto gratificanti: Lavorerò di nuovo con Carlo – ha scritto in un post – ora come allenatore. E' il mio assistente, ma per me è una leggenda. Imparerò molto da lui. Sono molto contento di questo».
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