La grafica digitale si inceppa e finiamo tutti in fuorigioco

La trasparenza promessa dagli strumenti digitali ai Mondiali si incrina per colpa della tecnologia stessa. E’ successo nella sfida tra Qatar e Svizzera. Lo schermo non fornisce risposte e finiamo tutti... in fuorigioco: chi crede a una tesi e chi crede all’altra

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Le immagini prodotte dalla Fifa dopo le polemiche sul rigore in Qatar-Svizzera
Le immagini prodotte dalla Fifa dopo le polemiche sul rigore in Qatar-Svizzera

Ci siamo convinti che gli algoritmi possano liberare il gioco dal peso dell’errore umano. Ma questa fiducia è fragile.

I Mondiali 2026, con il loro apparato di sensori, telecamere intelligenti e reti automatizzate, hanno conosciuto nella partita tra Qatar e Svizzera la prima crepa nella loro architettura di certezze. Attaccano gli svizzeri. Levi’s Stadium di Santa Clara: al 14’arriva un cross dalla destra, Embolo prolunga di testa e Freuler si inserisce in area, dove viene travolto dal portiere Abunada. L’arbitro indica il dischetto: calcio di rigore. A molti, però, la posizione di partenza dell’azione sembra irregolare per una questione di centimetri. Era fuorigioco? Il guardalinee lascia correre, il sistema semiautomatico conferma la decisione: rigore assegnato.

La Svizzera segna. La partita prosegue e si chiude sull’1-1. Ma nel frattempo accade qualcosa che la FIFA non aveva messo in conto: puoi pianificare quello che vuoi ma resta sempre un angolo cieco, presidiato dalla sorpresa. Per un semplice problema informatico, il sistema non riesce a produrre la consueta ricostruzione tridimensionale dell’azione: quella grafica fatta di linee, prospettive e geometrie digitali che negli ultimi anni è diventata il vessillo della solidità tecnologica. Ci siamo abituati a vederla.

Per la prima volta manca la prova visiva che dovrebbe mettere tutti d’accordo. I replay scorrono senza l’ormai familiare animazione in 3D e, all’improvviso, una decisione, che il sistema aveva validato, genera perplessità. Per oltre quattro ore il più grande spettacolo sportivo del pianeta vive una curiosa crisi di fiducia, finché la FIFA non è costretta a pubblicare sui social alcuni semplici fermo-immagine bidimensionali per sostenere la correttezza della chiamata. Si ricorre a un rimedio. Ma “la gente” sospetta. La trasparenza promessa dagli strumenti digitali si incrina per colpa della tecnologia stessa. Lo schermo non fornisce risposte e finiamo tutti... in fuorigioco: chi crede a una tesi e chi crede all’altra.

Avevamo accettato di sostituire il fascino delle polemiche arbitrali, delle immagini sgranate e delle discussioni infinite con la promessa di una precisione quasi scientifica. Ma è bastato un blackout perché quella sicurezza si dissolvesse. Senza il timbro della macchina, improvvisamente torniamo a diffidare.

Quei minuti di pausa elettronica in California sono un piccolo incidente, ma quasi fa piacere. Il calcio continua a sfuggire all’idea di un controllo assoluto. Milioni di persone non hanno discusso di un fallo ignorato o di un fuorigioco non rilevato, ma dell’assenza di una ricostruzione grafica. Come se la realtà del campo non fosse più sufficiente. Più aumenta la nostra fame di certezze, più rischiamo di affidarci alle loro rappresentazioni. Ma il dubbio, nel calcio come nella vita, non è mai davvero scomparso.

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