Il passaporto del talento e il cinismo delle frontiere occidentali

Questi Mondiali registrano il più alto numero di calciatori con un passato da rifugiati politici o migranti forzati. Ma l’Occidente applaude il migrante solo se diventa una stella da novanta milioni di euro sul campo, mentre stringe le maglie dell’accoglienza verso i migranti comuni

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Il difensore e capitano del Canada Alphonso Davies
Il difensore e capitano del Canada Alphonso Davies

Alphonso Davies, capitano e terzino sinistro del Canada, è nato in una baracca di Buduburam, campo profughi in Ghana, dopo che i genitori erano fuggiti dalla sanguinosa guerra civile in Liberia. Oggi è una stella del Bayern Monaco. La sua maglia con la foglia d’acero è la più venduta a Toronto e Vancouver, celebrata dalle istituzioni come il trionfo del modello di integrazione. Ma nello stesso momento in cui il paese si commuove per le sue accelerate sulla fascia, le frontiere canadesi e americane inaspriscono le regole di accesso: chi scappa dalle stesse tragedie viene sempre più spesso trattato come una minaccia per la sicurezza.

Questi Mondiali registrano il più alto numero di calciatori con un passato da rifugiati politici o migranti forzati: è un segno del nostro tempo e i media stanno celebrando certe storie come favole di riscatto. Ma l’Occidente applaude il migrante solo se diventa una stella da novanta milioni di euro sul campo, mentre stringe le maglie dell’accoglienza verso i migranti comuni, fuori dagli stadi. Se sai fare gol, la tua vicenda diventa epica, da documentario; se non sai crossare o dribblare bene, resti invisibile, o un problema di ordine pubblico. Il talento è il passaporto di cittadinanza morale che il cinismo contemporaneo riconosce più facilmente.

È una valorizzazione selettiva, basta entrare negli spogliatoi per accorgersene. Nell’Australia c’è la storia di Awer Mabil, cresciuto per dieci anni nel campo rifugiati di Kakuma, in Kenya, tirando calci a un calzino arrotolato a piedi nudi nella polvere.

In quello della Francia brilla la figura di Eduardo Camavinga, nato a sua volta in un campo profughi in Angola prima di trovare asilo a Rennes. Il ventenne Nestory Irankunda, attaccante dell’Australia, ha alle spalle un percorso drammatico: i genitori fuggirono a piedi dalla guerra civile in Burundi. Nestory nasce nel 2006 all’interno del campo profughi di Kigoma, in Tanzania. Nella boscaglia, la sorella maggiore si ammala gravemente; la famiglia viene spinta ad abbandonarla lungo la strada per non rallentare la marcia, ma il padre si rifiuta, caricandosela in spalla e salvandole la vita prima di varcare il perimetro del campo Onu. Nestory è stato ingaggiato anche lui dal Bayern e oggi gioca per il Watford, in Championship.

L’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) ha persino istituito una squadra simbolica, la Gamechanging Team, per inviare messaggi di speranza attraverso i campioni. Operazione nobile, che rischia però di tradursi in uno sdoganamento morale per i governi occidentali. Applaudiamo l’eccezione straordinaria per dimenticare la regola spietata.

Questa estate americana ci costringe a guardare dentro l’imbuto sociale dell’integrazione. Il Mondiale celebra la forza delle seconde possibilità. La politica continua invece a concederle solo a chi sa trasformarle in una performance sportiva.

 

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