L’Australia e gli occhiali blu: gestire il jet lag nel torneo sparpagliato
Ai Mondiali l’allenatore Tony Popovic ha deciso di industrializzare il riposo. Prima ancora di spiegare come si difende a quattro, ha voluto insegnare ai suoi ragazzi come si chiudono gli occhi

L’idea che un calciatore, per essere felice, debba semplicemente correre dietro a un pallone, appartiene a una rassicurante mitologia novecentesca. Sopravvive nelle nostre discussioni, dove immaginiamo l’atleta come un essere elementare che si sveglia, consuma una colazione controllata, infila gli scarpini e poi, ore dopo, scatta al fischio d’inizio. Ecco, quell’idea dimentichiamocela.
I Mondiali del 2026, con la loro geografia sparpagliata in verticale su tre fusi orari oceanici, impongono una realtà diversa. Nello spogliatoio dell’Australia l’oggetto più prezioso è un paio di occhiali con le lenti blu.
La nazionale australiana, i Socceroos, si presenta ai Mondiali stringendo un patto d'acciaio con la multinazionale scientifica del sonno Bedgear. Poiché la maggior parte dei convocati gioca a dodici ore di volo da casa, e poiché spostarsi continuamente tra Vancouver e la California significa consumare i propri bioritmi come fiammiferi accesi, l’allenatore Tony Popovic ha deciso di industrializzare il riposo. Prima ancora di spiegare come si difende a quattro, ha voluto insegnare ai suoi ragazzi come si chiudono gli occhi.
Il protocollo applicato ha l’accuratezza di un esperimento della Nasa. Nei giorni che precedono i grandi spostamenti, i calciatori vengono trasformati in creature notturne. Le finestre degli hotel sono sigillate con pannelli fotorassorbenti che negano l’esistenza del sole; le luci artificiali delle stanze vengono programmate per simulare l’alba a mezzanotte e il crepuscolo a mezzogiorno. I giocatori camminano nei corridoi indossando occhiali speciali (quelli blu) per ingannare la melatonina, simili ad astronauti confinati in una stazione spaziale orbitante sopra un campo di calcio. Alla scoperta di un nuovo pianeta: quello del gol.
L’Australia - che a noi fa venire in mente soprattutto la partita in Germania con gli azzurri, nel 2006, risolta da Totti con un rigore - esordirà nella nostra alba di domenica 14 giugno, contro la Turchia.
Quando la scienza stringe troppo la corda attorno all’imprevisto, affiora inevitabile la nostalgia dei tempi diversi. Quelli presidiati dall’istinto calcistico. E in generale tempi nei quali il jet lag si curava con una passeggiata, una camomilla. Quella stanchezza ora invece è considerata un fattore di possibile sconfitta. Se sei un calciatore moderno guadagni molto ma non hai più il diritto di essere stanco secondo natura. Devi riposare a comando. Tiferò contro l’Australia perché non voglio che tutto questo dormire in un buio artificiale diventi una mossa vincente, una cosiddetta best practice da espandere poi a tutti. Non voglio che funzioni. Non solo: spero che la partita sia decisa da qualcosa di inatteso, da una scintilla di talento. O da un rimbalzo strano del pallone.
Se non altro, i giocatori australiani, in quella notte finta, sogneranno ciò che vogliono. Sogneranno di diventare campioni del mondo, di comprare una casa ai genitori, di sposarsi. Quello non glielo hanno ancora programmato (per ora).
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