In Svizzera ci sono ancora i telecronisti alla Martellini e alla Pizzul

Telecronisti che, semplicemente, accompagnavano la partita che stavamo guardando, consapevoli che i protagonisti erano i ventidue in campo. Oggi, è un caos

La redazione
Il giornalista Bruno Pizzul
Il giornalista Bruno Pizzul

C’era una volta. Si potrebbe incominciare così, però al plurale. C’erano una volta i telecronisti che raccontavano una partita di calcio.

Lo facevano come si deve, la narravano, cercando e trovando sempre le parole giuste, necessarie ad accompagnarle, le immagini, farne da didascalia però essenziale, senza fronzoli, senza nulla in più di quanto serviva a noi come completamento di ciò che stavamo vedendo.

Avevano voci rassicuranti, precise, un lessico ricco. Grazie a Nando Martellini e Bruno Pizzul, ma anche prima, con Nicolò Carosio, abbiamo imparato parole nuove, forme verbali che a scuola non erano riusciti a spiegarci così bene, e che sono diventate chiare il giorno in cui Martellini ci ha raccontato un gol di testa di Gigi Riva, un lancio illuminante di Gianni Rivera.

Telecronisti che, semplicemente, accompagnavano la partita che stavamo guardando, consapevoli che i protagonisti erano i ventidue in campo, eventualmente la terna arbitrale, i due allenatori, ma mai e poi mai loro stessi.

Non facevano introduzioni poetiche da quattro soldi, come fanno i telecronisti attuali, che interrogano l’intelligenza artificiale o fanno copia incolla dal libro delle citazioni.

Non si lanciavano in iperboli tipo Il cielo è azzurro sopra Berlino, ma si limitavano a ripetere per tre volte Campioni del mondo e senza alzare di un solo decibel il tono della propria voce. Sobrietà era il loro motto invisibile.

Oggi, è un caos. Gente che urla al microfono anche per un calcio d’angolo, gente che inventa il proprio slogan personale, Game over a San Siro, L’arbitro manda tutti a prendere un tè caldo, Al tramonto del primo tempo, il giocatore si tiene stretta la rimessa in gioco. E urlano. Urlano tutti.

Poi però, succede che ci sono i Mondiali e ti trovi all’estero, in un paese che non fa parte dell’Unione Europea e allora il tuo esageratamente costoso abbonamento in streaming a DAZN non vale più un fico secco.

La Rai, poi, non parliamone. Tocca arrangiarsi. Né l’una, né l’altra accettano i vpn, software che – legalmente – ti fanno collegare attraverso un paese in cui non ti trovi.

Cerchi, e come unica alternativa c’è la Tv svizzera italiana, che trasmette in chiaro tutte le partite del mondiale e lo fa con telecronisti che sembrano usciti dritti dagli anni settanta e ottanta, quando la lingua italiana parlata in televisione aveva una ricchezza che oggi non c’è più, quando c’erano competenza, chiarezza e precisione.

Telecronisti che non hanno bisogno di un Fabio o un Lele al loro fianco, entrambi ex calciatori che da super esperti sanno tutt’al più ripeterci che cosa ha appena detto il telecronista, e lo fanno soltanto con parole diverse, spesso ancora più povere e sgrammaticate, oppure capaci solo ad alzare a dismisura i decibel, come fa il Lele che, mediocre ex calciatore, è diventato un influencer a caccia di like, altro che esperto tecnico. Per chi ama davvero i mondiali, fortuna che c’è la tv svizzera italiana.

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