L’intervista a Filippo Galli: «Giovani, servono metodo e la voglia di innovare»

Parla Filippo Galli, già responsabile del settore giovanile del Milan ma anche per due anni al settore tecnico di Coverciano: «Più che il talento mancano le competenze ed il coraggio per formarlo e metterlo in campo»

Giancarlo PadovanGiancarlo Padovan
Filippo Galli
Filippo Galli

Ascoltando Filippo Galli, per nove stagioni responsabile del settore giovanile del Milan, due al Settore tecnico di Coverciano (presidente Demetrio Albertini), come coordinatore del corso riservato al settore giovanile, un anno e mezzo a Parma da capo dell'area metodologica, si capiscono bene due cose: perché il calcio italiano non abbia voglia di risollevarsi dalla propria mediocrità e perché uno come Galli, autentica eccellenza in materia, non stia lavorando.

Se lo segui, tutto è chiaro.

«Il mio approccio al calcio è metodologico e va dal campo alle dinamiche relazionali. Ovvero allenatori, preparatori atletici, preparatori dei portieri, scout. Il calcio tiene insieme la tecnica, la tattica, l'aspetto fisico-atletico, quello mentale e quello emozionale. Come si apprende il calcio? Semplice, come ha detto Julio Velasco, imparando a giocare a calcio».

Al di là della tautologia, cosa significa questa affermazione?

«Sento spesso dire, anche da grandi allenatori, che si fa troppa tattica e poca tecnica. Chi lo dice sbaglia, perché la tecnica risiede nella tattica».

Ovvero?

«La tattica altro non è che la possibilità di giocare un pallone ad un compagno con almeno un avversario nelle vicinanze. Così si fa tecnica e tattica insieme. L'apprendimento avviene nella complessità del gioco, o vogliamo tornare ad annoiare i ragazzi con la mistica del muro? Il muro non è tecnica. Dopo mezz'ora, anche meno, l'attenzione è svanita».

Lei ha un blog che, in tre parole sgomina uno dei più poderosi luoghi comuni su questo gioco. Il blog si chiama: la complessità del calcio.

«Io parto dal presupposto che non possiamo separare gli elementi che stanno all'interno di questa complessità».

Mi può fare un esempio?

«Se do palla ad un giocatore può controllarla sia verso destra che verso sinistra, a seconda della presenza dell'avversario. Ma le neuroscienze spiegano che il gesto tecnico deve essere legato ad un obiettivo. Purtroppo i nostri ragazzi arrivano a discernere le difficoltà troppo tardi. Negli altri Paesi non sono più bravi, ma semplicemente lavorano in modo diverso. Chiaro che a 16-17 anni siano già pronti, chiaro anche che, se sono pronti. c'è più coraggio nel farli giocare».

Qual è il principale difetto del nostro calcio, giovanile o professionistico?

«La mentalità. Dire si fa così perché si è sempre fatto così. Più precisamente il prevalere del pensiero riduzionista e del comportamento analitico. Se ragioniamo in questa maniera è più difficile mettere i diversi elementi dentro al gioco».

Allora non manca – come dicono alcuni – il talento?

«No, mancano competenze e coraggio per metterlo in campo».

Secondo me, anche i vivai, dalle strutture alle squadre, sono sotto dimensionati.

«Molti club, anche importanti, non danno ai vivai l'importanza che dovrebbero avere. Ce li hanno solo perché le norme Uefa li richiedono, ma per il resto gli allenatori sono pagati al minimo e a loro viene richiesta una sola cosa: vincere. Cosa vuoi che gli interessi dell'approccio metodologico e sistemico di cui parlo io?»,

In questo paio di anni di stop è possibile che non ci sia stato, per Filippo Galli, un club dove sviluppare il proprio metodo?

«Per la verità c'è stata Brescia, è vero che è in serie C, ma la proprietà è forte e i progetti sono ambiziosi. Peccato. Però il mio pensiero eretico – dal titolo del suo primo libro pubblicato da Mondadori - cerco di portarlo avanti in tutti gli ambiti, docenze, contenuti didattici, cose così».

Posso dire che il mondo del calcio le abbia chiuso la porta in faccia?

«Magari la colpa è anche mia, perché non so stare mai zitto e forse sono troppo impulsivo. Ma, al di là delle questioni personali, non c'è proprio la volontà di cambiare approccio. E sa perché? Perché così tutti si sentono più garantiti e più sicuri».

Giovanni Malagò è stato eletto nuovo presidente federale, si parla di ex calciatori nel ruolo di direttore tecnico.

«Intendiamoci, io spero nel cambiamento, ma sono convinto che, a parte una o due figure, le persone resteranno le stesse».

Quali club e quali responsabili di settore giovanili stanno, a suo giudizio, lavorando bene?

«Non si possono certo disconoscere i meriti dell'Atalanta. Se. però, devo fare un paio di nomi alternativi, dico l'Empoli per la capacità di programmare nel tempo e Massimo Tarantino dell'Inter, un responsabile molto apprezzato e richiesto».

 

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