Il ritorno del Congo, un filmato e i nostri sensi di colpa
I Mondiali del 2026 riportano finalmente sul palcoscenico planetario la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) dopo 52 anni. Oggi la storia calcistica decide di saldare i propri debiti con il passato e riconsegna a questa squadra l’onore che merita

Gelsenkirchen, 22 giugno 1974. Minuto ottantacinque di Zaire-Brasile. L’arbitro fischia una punizione dal limite per i verdeoro e sul pallone va Rivelino, che è un battitore letale di questo genere di calci. Il Brasile sta vincendo tre a zero.
La barriera africana si posiziona, tremante.
Prima ancora che il brasiliano possa iniziare la rincorsa, un difensore dello Zaire, Mwepu Ilunga, si stacca, corre verso la sfera e la calcia via con violenza, lontano, a gioco fermo. Un gesto folle, che la pigrizia europea liquida con un sorriso paternalistico. Guarda che sprovveduti, gli africani. Soltanto molti anni dopo si scopre che dietro quella bizzarria regolamentare non c’era ignoranza, ma un terrore autentico: il dittatore Mobutu Sese Seko aveva minacciato i giocatori di severe ritorsioni, se avessero perso con più di tre gol di scarto.
E il rischio, a quel punto, c’era. La punizione di Rivelino era diventata una questione di sopravvivenza. Mwepu calciò il pallone con disperazione ma anche con una totale consapevolezza: intendeva far trascorrere il tempo nella speranza di evitare la quarta rete che sarebbe potuta costare la vita a lui e ai suoi compagni.
Quel vecchio filmato resta lì, nella memoria dello sport, tra i sensi di colpa di tutti noi che non avevamo capito niente.
I Mondiali del 2026, con il loro formato extralarge, riportano finalmente sul palcoscenico planetario la Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) dopo 52 anni. I Leopardi si presentano in Nord America guidati in panchina dal pragmatismo di Sébastien Desabre e protetti in difesa dai muscoli di Axel Tuanzebe. Il gruppo ha dovuto compiere un faticoso lavoro di archeologia emotiva, ripulendo la propria maglia dal fango di uno stereotipo televisivo vecchio di mezzo secolo.
Il Congo – che a noi evoca inevitabilmente la memoria di un’altra Africa coloniale, complessa e presidiata da un’Europa feroce – esordirà nel girone mercoledì 17 giugno alle 19 italiane, nell’NRG Stadium di Houston, contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Oggi la storia calcistica decide di saldare i propri debiti con il passato e riconsegna a questa squadra – ma soprattutto a “quella” squadra – l’onore che merita. Perché se oggi giustamente si celebra Curaçao che perde sette a uno, è il caso di restituire dignità allo Zaire del ’74.
Se sei un calciatore congolese moderno, si spera che tu non debba più giocare con lo spettro di un regime che ti aspetta a casa; ci sono ancora enormi temi politici attorno al calcio, come questi Mondiali testimoniano, ma se non altro in campo puoi andare per te stesso, per la tua gente, per il tuo riscatto.
Vorrei che questa giornata – a prescindere da come terminerà, perché è chiaro che il Portogallo è favoritissimo – mandi definitivamente in archivio la rincorsa disperata di Mwepu Ilunga. La sua angoscia. Il pensiero alla sua esistenza e ai suoi familiari. Possiamo sperare che sia una partita di calcio. Il pallone, le azioni. E basta.
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