Larissa Iapichino si racconta: «Ho raccolto il testimone di una storia di famiglia»

La saltatrice in lungo azzurra Iapichino sta vivendo un 2026 pieno di successi tra Europei e Mondiali. Seguire le orme della madre Fiona May non le pesa: «La pressione per il nome c’è, basta solo gestirla»

Diego Zilio
Larissa Iapichino
Larissa Iapichino

C’è stato un tempo in cui, per molti, era semplicemente “la figlia di”. Oggi, invece, per tutti Larissa Iapichino è solo e indiscutibilmente Larissa. Una campionessa assoluta che ha spiccato il volo, uscendo dall’ombra – per quanto luminosa – di mamma Fiona May e papà Gianni per scrivere la propria, personalissima, storia. I metalli di questo suo percorso parlano chiaro, specie nel 2026: campionessa europea a Birmingham, argento ai Mondiali indoor a Torun, trionfatrice agli Ultimate Championships di Budapest. In mezzo quel clamoroso 7.12 metri saltato a Eugene lo scorso 4 luglio, nuovo record italiano del lungo, 28 anni dopo mamma. Tra i campioni delle Fiamme Oro in raduno in questi giorni alle Terme Euganee è indubbiamente lei quella che più richiama i riflettori.

Larissa, se a inizio stagione le avessero predetto tutto quello che poi ha raccolto, ci avrebbe creduto?

«Ho iniziato la preparazione col chiaro obiettivo di riscattarmi dopo quanto successo al Mondiale di Tokyo. Ho lavorato tantissimo, non solo fisicamente ma anche su me stessa. Speravo di fare una buona stagione, poi sono arrivati grandissimi risultati, che non sono mai scontati».

La pressione per il nome che porta e i risultati attesi: è un’idea dei media o la sente davvero?

«La pressione c’è e ci sarà sempre. L’importante è imparare a trasformarla in qualcosa di positivo. In fondo è un privilegio essere un’atleta su cui si punta: vuol dire che si è considerati in grado di dare lustro al Paese. Detto ciò, la pressione più grande è quella che ci mettiamo da soli».

In Nazionale si respira un clima speciale. Qual è il vostro segreto?

«Siamo un gruppo molto affiatato, c’è entusiasmo e sostegno reciproco. Durante gli Europei non mancava mai una parola di incoraggiamento o un gesto per consolare un compagno sottotono. Siamo stati bravi a costruire una vera squadra in uno sport individuale. E poi c’è un bel mix: abbiamo pilastri d’esperienza come Tamberi, Palmisano, Stano o Jacobs, che ci trasmettono la loro energia e il loro vissuto».

In pista indossa la divisa azzurra o quella cremisi, ma l’abbiamo vista sulle passerelle d’alta moda della Fashion Week a Milano. C’è più tensione prima di sfilare o nella call-room prima di una gara?

«Decisamente in call-room! Prima di una gara importante ti trovi un po’ in una giungla in cui ti si affollano in testa tanti pensieri, la tensione è alta perché sai che gli attimi successivi saranno velocissimi. La moda è sempre stata una mia passione ed è stato molto divertente cambiare ruolo per qualche giorno e coltivarla da vicino, ma la pedana resta il mio mondo».

Se dovesse stilare una gerarchia delle emozioni provate in questa stagione?

«Sul podio metto al primo posto il record italiano di Eugene, poi la vittoria all’Europeo e al terzo gradino la mia prima medaglia mondiale. L’Ultimate è stato bellissimo per il risultato, ma è stata una giornata difficile tra freddo e condizioni complesse. Alla ripresa degli allenamenti so comunque che posso migliorare in tutto: fisico, tecnica e mente».

Come vive il rapporto con un allenatore che è anche suo padre, Gianni?

«È una decisione presa sei anni fa, il lavoro costruito insieme sta dando ottimi frutti. È bene mantenere nette le due sfere, ma è anche giusto che ci sia una contaminazione. Il ruolo dell’allenatore è quasi genitoriale di per sé, perché ci passi gran parte del tempo e cresci insieme a lui. Io ho la fortuna che sia proprio mio padre: conosce ogni lato del mio carattere e sa gestire la mia emotività».

Ha scelto di non affidarsi più a un mental coach sportivo, ma a una psicoterapeuta esterna.

«Sì, il lavoro psicologico legato prettamente allo sport non mi era più congeniale: è molto orientato alla performance. Ho deciso, come persona e non come atleta, di affidarmi a una psicoterapeuta che non sa nulla di sport. Trattiamo tematiche personali: è uno spazio dove Larissa va e si racconta. Come ci si prende cura del corpo, bisogna curare e fare prevenzione per la mente».

E mamma Fiona? Come vive il fatto che abbia scritto la storia nella sua stessa specialità?

«In casa non c’è mai stata la brama di metterci a confronto, le aspettative arrivavano tutte dall’esterno. E io ho iniziato a vedere tutto questo non come un peso, ma come una straordinaria opportunità: quella di portare avanti una bellissima storia tramandata di madre in figlia. Ho raccolto un testimone pesante, ma ne vedo l’eccezionalità e la bellezza. Non è comune che una grandissima atleta dia alla luce la sua erede, nel vero senso della parola».

 

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