Le sfide dell’Italrugby e il sogno 6 Nazioni, parla il presidente Duodo: «Proviamo a vincere»
Il punto della situazione a metà del mandato e alla vigilia dei match di novembre contro Sudafrica, Argentina e Fiji: «Non sarà facile, mi aspetto dai ragazzi grandi prestazioni»

L’ultimo miglio del nuovo Nations Championship di rugby, con tre squadre dell’emisfero sud che arrivano in Italia prima delle finali di Londra (7 novembre il Sudafrica a Torino; il 14 novembre l’Argentina a Genova; il 21 novembre le Fiji al Bluenergy Stadium di Udine). E subito dopo il 6 Nazioni, con la ventiseiesima partecipazione tricolore. Sono questi gli appuntamenti azzurri che gli inglesi chiamerebbero road to Australia, l’ultimo anno di competizioni prima dei prossimi mondiali che si disputeranno nella terra dei canguri il prossimo anno (dal 1 ottobre al 13 novembre).
Step, o meglio, mete – per usare un linguaggio ovale – che la Federrugby ha messo nel mirino per arrivare all’appuntamento del 2027 con squadra e predisposizione mentale adeguate.
Andrea Duodo, al giro di boa del suo mandato di presidente Fir (è stato eletto il 15 settembre 2024, resterà in carica per il quadriennio olimpico), di passaggio a Udine per presentare la gara con le Fiji, ha fatto tappa al Messaggero Veneto, quotidiano edito dal Gruppo Nem per parlare di rugby, della Nazionale e di come far crescere ulteriormente il movimento.
Presidente, qual è lo stato di salute del rugby italiano?
«Purtroppo, gli effetti degli eventi mondiali si riverberano su tutte le attività lavorative e anche sportive. Quando siamo arrivati abbiamo preso in mano una Federazione che non era in equilibrio dal punto di vista economico e finanziario e ci siamo concentrati nei primi due anni per sistemare la linea di galleggiamento della barca e questo ha distratto dal contingente. Poi abbiamo riflettuto sul da farsi di tutto il rugby italiano e cominciato a sviluppare progetti, mettendo a terra anche alcune premialità, come dare contributi a chi investe negli under 14 o 16. O come erogare finanziamenti per 1, 2 per milioni per impiantistica di base».
Nazionali maschile e femminile, Accademia, due franchigie, campionati Elite maschili e femminili, serie A, giovanili. Questa architettura della Federazione la soddisfa. Oppure sarebbe da cambiare. Magari introducendo una terza franchigia.
«Una franchigia in più non possiamo permettercela. Ma è il mondo che non può più permettersela. Il Galles le sta riducendo, per esempio. Noi abbiamo allargato la base dei giocatori che possono giocare a livello internazionale ma non è sufficiente per una terza franchigia. La nazionale ci dà visibilità ma se non hai un base solida la struttura cade. Per noi investire sulla base è di primaria importanza. Lo stiamo facendo. Quando siamo arrivati la Fir registrava una perdita strutturale di circa 10 milioni. In 15 mesi siamo arrivati a meno 1,9 milioni. È stato un lavoro immane. E l’ultimo miglio è sempre il più difficile».
Quali sono gli obiettivi della Federazione da qui ai Mondiali passando per il Nations e il 6 Nazioni?
«Intanto siamo fortunati ad avere una programmazione seria e un tecnico molto bravo. Qualsiasi scelta viene ponderata. Per esempio, quest’estate Capuozzo e Nicotera non sono stati utilizzati per preservarli perché venivano dalle fasi finali del campionato francese. Nel rugby moderno c’è una componente di fisicità enorme. Tornando alle aspettative, beh, io non dico un passaggio di turno solo perché non l’abbiamo mai fatto ma perché a 24 squadre il primo turno si guadagna, a mio giudizio, battendo l’Inghilterra (inserita nel girone F con Galles, Tonga, Zimbabwe). Sempre se sarà lei quella che incontreremo. Per quanto riguarda noi, con il Sudafrica terremo le dita incrociate. Poi abbiamo Georgia e Romania, che penso che siano squadre ampiamente alla nostra portata. Sarà una prova di maturità».
La formula del Nations Championship la soddisfa?
«Facendo parte io, come Italia, dell’organo decisionale di questo Nations Championship non posso smentirmi. Si tratta di un investimento, di un progetto molto importante. Progetto da affinare, perché quello che forse si è sottovalutato è stato che le squadre dell’emisfero sud quando vengono nell’emisfero nord trovano un clima simile, fuso orario massimo di un’ora e ci si sposta in due ore. L’emisfero nord che si sposta nell’emisfero sud ha più problemi: abbiamo giocato dal Giappone all’Australia, alla Nuova Zelanda, con spostamenti totali di 50 ore di aereo. Per mitigare si potrebbero selezionare due sedi senza costringere le squadre a girare tre continenti».
Veniamo alle gare del Nations di novembre. Cosa si aspetta?
«Mi aspetto di fare ottime partite con l’Argentina e con le Fiji e un’ottima prestazione con il Sudafrica. Non sarà facile. La maggior parte dei giocatori delle Fiji giocano in Francia, il massimo campionato mondiale per club, direi. Non è una squadra materasso».
I tifosi, però, si aspettano continuità di rendimento e risultati. A volte a vittorie prestigiose sono seguite prestazioni poco convincenti.
«I nostri tifosi sono esigenti e li capisco. Però spero nello spirito di appartenenza. Noi diamo loro la possibilità di partecipare a eventi mondiali, internazionali. Quest’anno all’Olimpico abbiamo fatto 140 mila presenze. Dico: seguiteci sempre. Venite a supportarci perché l’impegno dei ragazzi non mancherà mai. Ogni evento di rugby è uno spettacolo. E quando organizziamo eventi così come qua a Udine, scegliamo il miglior stadio con la migliore accessibilità, dando la possibilità di vedere uno spettacolo con le Fiji, che sarà uno spettacolo proprio per la loro imprevedibilità».
Lo stadio di Udine porta bene: nel novembre 2025 l’Italia sconfisse l’Australia 26-19.
«È il caso di mantenere il trend anche contro le Fiji. La nazionale di rugby è una vetrina che fa da traino al movimento. Ma senza la base crolla tutto. Se avessimo più risorse sarebbe più facile».
Cosa manca?
«Cultura sportiva. Serve allargae la base, agendo sulle scuole. In Inghilterra a scuola praticano più discipline. Qui in Italia se si parla di rugby scontiamo una certa diffidenza delle famiglie. Per questo esiste il rugby tag, dove non c’è contatto fisico. Fai vedere ai ragazzini come si gioca, poi porti la mamma che è quella che deve lavare i panni, che nel rugby non è secondario».
Fare proselitismo insomma.
«Giocando a rugby ci si può divertire senza farsi male. Faccio un esempio. Riccardo Pittis, 700 partite di basket nei club e 300 in nazionale viene a giocare a rugby touch insieme a Davide Piccoli, altro cestista. Giocano a Treviso, nei Black Holes una squadra che ho fondato io. Basket e rugby si assomigliano. C’è molto senso di squadra e hanno skill molto simili».
Ultima domanda. L’Italia vincerà un 6 Nazioni?
«Prima o poi lo vincerà. La Francia ci ha messo vent’anni. Noi ci siamo da venticinque anni. Il livello si è alzato, così come la competitività».
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