Bakset, Attard: «Spero di poter arbitrare con i miei fratelli»

Dopo Beniamino e Marco anche Luca ha debuttato in LBA sabato a Mestre. Originario di Priolo, piazza ai vertici del femminile, ha alle spalle tanta gavetta: «La Serie A è un sogno che si avvera. Il futuro? Fare un altro salto di categoria»

Federico Bettuzzi
L'arbitro Attard (foto Pòrcile)
L'arbitro Attard (foto Pòrcile)

Il fischietto? Un affare di famiglia in casa Attard. Dopo Beniamino Manuel (internazionale in LBA dal 2014 e votato pochi mesi fa miglior arbitro italiano) e Marco (salito definitivamene di categoria un anno fa), sabato sera al Taliercio ha esordito nel massimo campionato anche Luca, terzo esponente di quella che può essere definita come una dinastia. «Le emozioni erano fortissime già alla vigilia – racconta l’arbitro siciliano -. Eppure al Taliercio ero già stato altre volte, arbitrando l’Umana o Mestre in A2. Raggiungere un simile risultato è incredibile, da piccolo guardavo la Serie A in televisione. Arrivarci è frutto di grandi sacrifici e della voglia di spingersi sempre più in alto».

Come nasce il suo percorso arbitrale?

«In famiglia. Mio padre era istruttore dei miniarbitri arrivando sino al livello nazionale. Io ho iniziato a tredici anni, alternandomi con l’agonismo nelle serie minori in Serie D e C».

Lei è originario di Priolo, una piazza importantissima nel basket femminile.

«Sono cresciuto col figlio di Santino Coppa e ho avuto l’opportunità di allenarmi col Trogylos, la squadra femminile di Serie A, un’esperienza importantissima. Lì ho preso la decisione, a diciassette anni, di interrompere la carriera di giocatore e di dedicarmi a quella di arbitro anche perché non era semplice conciliare i due calendari».

Cosa significa diventare arbitro? Conta di più la passione o l’impegno?

«Quando si riesce a trasformare una passione nel proprio lavoro si è felici, penso che valga per tutte le categorie. I sacrifici come detto sono tanti. Ma ci sono anche le batoste, anche ai direttori di gara capita di incappare in brutte prestazioni, esattamente come succede ai giocatori. L’importante è trovare in questi sbagli gli stimoli giusti per correggersi e migliorare sempre».

Fuori dal parquet, cosa significa essere un arbitro?

«Sicuramente poter scoprire l’Italia e non solo. I colleghi sono un’opportunità per imparare, mentre i viaggi consentono di conoscere posti nuovi, incontrare altre persone. Già in Serie B si viaggia molto, salendo di livello questo aspetto viene enfatizzato. In A2 però diventa un lavoro, da conciliare con gli altri impegni».

A proposito, chi è Luca Attard quando si toglie divisa e fischietto?

«Lavoro in una centrale elettrica, ma ho un contratto abbastanza flessibile che mi impegna per sedici ore a settimana. Per qualche anno, sfruttando la vicinanza col mare in Sicilia, ho fatto anche l’istruttore di surf. Il mio gemello Marco invece ha svolto servizio come VFP1 nella Marina Militare e oggi è carabiniere in servizio a Firenze».

Com’è il rapporto con i suoi fratelli, anche loro arbitri?

«Ottimo. Beniamino con le sue letture da veterano aiuta sia me che Marco, dandoci dei consigli come se fosse un istruttore. Due anni fa è stata un’emozione vedere lui e Marco nella stessa terna a Reggio Emilia, magari un giorno mi capiterà di lavorare con uno di loro o con tutti e due».

La LBA è un punto d’arrivo in carriera. Oppure di una nuova partenza per altri traguardi?

«Prima di tutto, è fondamentale stabilizzarmi, imparare a leggere il campionato e a conoscere le squadre. Non escludo la prospettiva di sognare ancora più in alto, di raggiungere un livello superiore come mio fratello Beniamino che è internazionale e che arbitra in Eurolega o ai Mondiali. Quei campi, quelle partite una volta per me erano solo un sogno da guardare in televisione o via streaming. Intanto ho raggiunto la Serie A e questo è il risultato di un percorso. Se dimostrerò le necessarie capacità, mi piacerebbe puntare ancora più in alto. Per ora però, resto concentrato sul mio ruolo in LBA».

 

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