Basket in carrozzina, argento iridato per la Nazionale con tanto Veneto

La nazionale di basket in carrozzina è seconda ai Mondiali in Canada. Mai gli azzurri erano arrivati così in alto: l’oro va all’Australia (81-57). Coach Castellucci e la bandiera Raourahi vivono entrambi nel Padovano

Nicola Cesaro
Fabio Castellucci con la medaglia
Fabio Castellucci con la medaglia

A guardarla bene, quella medaglia d’argento ha dei riflessi d’oro. Riflette tra l’alluminio e il carbonio delle carrozzine e rimbalzano tra i sorrisi e le lacrime di chi sa di aver scritto una pagina di storia.

Certo, l’Australia ha vinto nettamente (81-57) ed è campione del mondo, ma la nazionale azzurra di basket in carrozzina ha fatto l’impresa. Anzi, le imprese. Ad Ottawa, in Canada, ha raggiunto il risultato più alto di sempre in un Mondiale, è finita in diretta Rai di sabato sera, ha sconfitto due colossi come Usa e Gran Bretagna e soprattutto ha messo le fondamenta per costruire, già dai prossimi eventi, risultati altrettanto importanti.

In Veneto per amore

E in questa nazionale dei record c’è molto Veneto, a partire dal coach Fabio Castellucci che si è ritrovato a guidare il team appena un mese prima dell’avvio del Mondiale: la squalifica del suo predecessore, l’olandese Gertjan Van der Linden, per violazioni del codice etico gli è valsa la promozione sul campo (era il vice) senza nemmeno il tempo di prendere le misure del nuovo ruolo. Era il 31 luglio e i Mondiali canadesi erano alle porte.

Romano di 46 anni, è di fatto padovano d’adozione: «Di Brusegana», conferma al telefono, raggiunto praticamente al check-in del volo verso casa, ancora con la medaglia al collo, «dove vivo con mia moglie Chiara». Chiara Coltri, veronese di Caprino, altra padovana d’adozione: per chi mastica basket in carrozzina il nome arcinoto fa presto capire il legame. «Era il 2013 e da preparatore atletico ero stato destinato alla nazionale femminile: è nato l’amore e da otto anni abbiamo scelto Padova, dove Chiara ha studiato e dove giocava, per vivere». Lei, ex atleta del Cus, oggi è vicepresidente federale.

Castellucci allena il Cus in serie B e si appresta a vivere il secondo anno nella massima serie con il Pdm Treviso, con il presidente Paolo Barbisan che non vede l’ora di abbracciarlo per festeggiare questo risultato. «Ci è mancato davvero poco per raggiungere quei dettagli che ci avrebbero portato alla perfezione», spiega il coach, «ma siamo consapevoli di aver regalato all’Italia un risultato storico, se si pensa che al massimo si era arrivati al quarto posto di Birmingham del 2010.

Non lo nascondo: è una medaglia epica, arrivata nel segno dell’umiltà. Con l’Australia era durissima, lo sapevamo, ma ci sono i margini per costruire qualcosa di importante. Con questo gruppo, e con i giovani a casa, siamo pronti a ripartire con una grande consapevolezza».

La diretta nella tv di Stato è stata la chicca di un percorso perfetto: «Quando abbiamo saputo che ci avrebbero garantito il canale Rai, in diretta, ci siamo davvero accesi: è vero che il basket in carrozzina è un movimento in ascesa, ma tutti sanno quanto è difficile assicurarsi questi spazi. Sicuramente è stata una bella pubblicità, anche perché basta guardare una semplice partita per innamorarsi del nostro sport».

Un futuro roseo

E coach Castellucci dice bene: l’ossatura di questa nazionale fa ben sperare. Tra i tanti da citare, ovviamente, capitan Filippo Carossino, premiato nel quintetto ideale della manifestazione. Pronto a recitare un ruolo da protagonista, nell’Italia futura e giusto per rimanere in terra veneta, c’è ad esempio il giovanissimo Gabriel Da Silva di Treviso, brasiliano naturalizzato, diciottenne su cui Castellucci crede moltissimo.

Il veterano Ahmed

A formare i giovani azzurri ci sarà chiaramente Ahmed Raourahi, altro padovano che di questa nazionale è la vera bandiera visti i tre lustri di militanza. Lui è il classico giocatore a cui è affidato il gioco “sporco”: pochi punti, ma tanta sostanza. Fondamentale, insomma. Colonna del Padova Millennium Basket, dal 2006 in Italia e oggi residente a Camposampiero, chiude un’annata memorabile: playoff di serie B vinti e promozione in A, argento mondiale e soprattutto il terzo figlio nato a maggio, «proprio mentre giocavo i playoff: devo ringraziare la mia santa moglie per tutta la pazienza che sta portando e soprattutto per la spinta che continua sempre e comunque a darmi».

La storia di Ahmed parla più dei trofei. A 10 anni, quando viveva in Marocco, fu vittima di un incidente tremendo: mentre era su un treno col papà, venne aggredito da dei malviventi che volevano sottrargli della merce appena acquistata. Fu sbalzato dal treno, finì sotto le rotaie: perse entrambe le gambe e la mano destra. Il basket gli ha offerto una seconda vita: l’incontro con la pallacanestro. A riabilitazione terminata è partito per giocare in Spagna, poi a Treviso, Roma e Cantù, e poi Padova, la sua seconda casa. Ha vinto scudetti su scudetti, guadagnandosi la cittadinanza italiana e la nazionale.

«Nel 2011, quando ho debuttato in maglia azzurra, ero il più giovane… ora a 46 anni mi ritrovo a essere il più vecchio», sorride lui. Dopo una sfilza di quarti e quinti posti, «finalmente è arrivato il podio, quella medaglia che per noi è solo l’inizio. Il mio futuro? Ho tantissimi consigli da dare agli azzurri di oggi e a quelli futuri: sento la responsabilità di questo ruolo e il rispetto dei miei compagni, per me è un onore mettere a disposizione la mia esperienza».

Fabio e Ahmed, onore ai vicecampioni mondiali.

 

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