Cinzia Bearzot, la figlia del “Vecjo”: «Avrebbe amato Sinner e odiato il calcio di oggi, troppi social e soldi»
A 44 anni dalla notte magica di Madrid, la famiglia del ct si racconta tra le spiagge di Lignano e la Cattolica di Milano. Gli schiaffi alle critiche, il dolore per Scirea e la fiducia in Paolo Rossi.

Oggi Enzo Bearzot, detto il Vecjo, avrebbe undici pronipoti, proprio come una squadra di calcio. Uno di loro, Stefano, 6 anni è in vacanza a Lignano con nonna Cinzia, la figlia del ct campione del mondo 44 anni fa a Madrid. «Lignano per me è una sorta di legame con papà. Ci venivo che ero piccolissima. Scelse di prendere casa qui proprio per avere una base nel suo Friuli».
Cinzia, dov’era alle 21.50 dell’11 luglio del 1982 al fischio finale di Italia-Germania?
«A casa mia a Milano, ero sposata da poco. Mio marito non era appassionato di calcio. Alla fine non mi trattenni: mi ritrovai sul balcone a fare chiasso con i piatti delle padelle. Non andai fuori anche perché il telefono squillava in continuazione».
Facciamo un passo indietro. Sui giornali si scrisse di tutto su suo padre prima e durante quel Mondiale. Lei leggeva?
«Ahimè sì. Non li cercavo, ma a volte capitava. E il mio pensiero era: ma perché non li lasciano lavorare in pace? Il Mondiale è un percorso, aspettate il risultato finale prima di criticare».
In famiglia ne parlavate?
«Sì, serpeggiava dispiacere, ma mio padre non ha mai portato a casa il suo lavoro».
Pruzzo e Beccalossi non convocati e scoppiò il caos...
«Per la mancata convocazione dell’interista una persona a Milano mi tolse il saluto».
Che ricordo ha dell’episodio dello schiaffo che suo padre rifilò a una ragazza che gli diede dello scimmione perché non convocava Pruzzo?
«Papà alle volte era un po’ fumantino, anche se poi gli passava subito. Perse il controllo. Gli dissi di stare attento perché rischiava una denuncia. Quella ragazza poi si scusò e addirittura lo invitò al suo matrimonio».
Ci furono critiche pesantissime. Ne ricordiamo una: peccato che quest’uomo sia nato dieci chilometri al di qua del confine e non al di là. Oggi volerebbero querele.
«Ci furono tante esagerazioni. A me piace ricordare che mio padre a inizio carriera era stato un osservatore, studiava gli avversari e questo particolare penso gli sia tornato utile nel corso della sua carriera».
Le partite davanti alla tv?
«Potrà sembrare paradossale, ma per avvertire meno ansia a volte ci affidavamo alla radio. La partita con il Brasile, per esempio, io l’ho vista dopo».
Zoff quando parla di suo padre lo definisce uomo di una onestà feroce. Le piace?
«Sì, anche perché corrisponde alla verità. Mio padre è sempre stato un uomo intransigente anche come educatore».
Bearzot amava i classici. Le ha trasmesso questa sua passione visto che lei ha insegnato storia antica all’Università Cattolica di Milano...
«Sì. Anche i nomi che ha dato a me e mio fratello. Cinzia e Glauco hanno un’origine greca. Siccome erano nomi pagani, i nostri genitori dovettero darcene anche due cristiani: a me Susanna e a mio fratello Stefano».
Ha donato parte dei libri di suo padre alla Cattolica?
«Sì, alcuni li ho tenuti, un pochi li ho regalati, altri li ho donati alla biblioteca dell’Università. Oggi esiste un fondo Bearzot, è stata fatta una mostra, forse presto ce ne sarà un’altra».
Cosa ha preso di suo padre?
«La testardaggine, ma quella buona, friulana. Mia madre mi diceva sempre che ero una capocciona come lui. Papà amava ripetere sempre: “Lasciatemi sbagliare da solo, grazie”».
Il legame di Bearzot con le sue origini friulane?
«Molto forte. Amava la frase furlan fradel. Il nostro cognome significa piccola aia, era legato alle sue origini. Gli sarebbe piaciuto vedere tanti pronipoti, diceva sempre che gli piaceva avere un recinto per i bambini».
Zoff si vergogna quasi di quel bacio a suo padre dopo la vittoria con il Brasile...
«Io l’ho trovato vero e quindi bellissimo, un gesto affettuoso tra due uomini accomunati da un lavoro che, per quel poco che posso capire, in quel periodo è stato molto impegnativo».
Si è scritto e detto del suo difficile rapporto con i giornalisti. Però ce ne ha avuti molti al suo fianco. Garanzini, Arpino, Montanelli, Cerruti...
«È vero. Montanelli gli regalò un suo libro e gli fece questa dedica: “Al grande Bearzot dal piccolo Montanelli”. Aveva un po’ esagerato. Mio padre non ha mai cercato il consenso, forse per questo non è entrato in sintonia con la stampa».
I giocatori di quella Nazionale hanno sempre definito Bearzot un po’ come il loro papà. Li sente ogni tanto alcuni dei suoi “fratellini”?
«Sì. Tardelli, Bergomi, anche Zoff. Ho conosciuto Franco Selvaggi, estremamente simpatico. Mi ha detto: “Io non ho giocato nemmeno un minuto, il mio compito era tenere alto il morale dei miei compagni”. Ecco cos’è lo spirito di gruppo».
Come visse suo padre, nel 1989, la scomparsa di Scirea?
«Malissimo. Non ebbe nemmeno la forza di andare al funerale. Noi provammo a insistere dicendogli che non poteva mancare, ma ripeteva: “Non ce la faccio”. Rimase in silenzio per molti giorni».
Paolo Rossi fu convocato contro il parere di tutti. Perché credeva nel giocatore ma anche nella sua innocenza per il caso scommesse?
«Entrambe le cose. Se non fosse stato convinto della sua innocenza non sarebbe bastato. Del resto me lo disse espressamente. Poi certo, c’era la certezza del talento: diceva che era impossibile che non riemergesse. Così fu».
Come commentò le dimissioni di Zoff da ct nel 2000 dopo le critiche di Berlusconi?
«A me disse: ma come si può criticare un monumento vivente come Zoff? Quelle parole poi in seguito le ho riferite a Dino».
Da nonno è stato più affettuoso che come papà?
«Con noi è stato tenero. Non era molto a casa per via del lavoro, ma io gli ho sempre detto che non doveva sentirsi in colpa perché contava la qualità che era stata alta».
C’è qualcosa che amava ripetere spesso?
«La parabola dei talenti. Sosteneva che chi li ha non doveva disperderli».
Quindi non gli sarebbe piaciuto Balotelli e Sinner sì?
«Diciamo che sicuramente avrebbe apprezzato Sinner. Per lui era grave disperdere il proprio talento. Lo trovo un insegnamento importante dal punto di vista educativo».
Bearzot, Zoff e Pizzul in Nazionale che parlano in friulano. Se li immagina?
«Altroché. E immagino che si siano divertiti molto a non farsi capire da chi avevano attorno. Papà lo sentivo ogni tanto al telefono parlare in friulano».
Come avrebbe giudicato il calcio di oggi?
«Non gli sarebbe piaciuto. Già quando era in vita si lamentava: troppi soldi e interessi economici. E poi i social».
Chiudiamo con Pertini. Un aneddoto che non sia la famosa partita a carte?
«Papà ricevette la cittadinanza onoraria ad Auronzo di Cadore. In casa ho trovato un documento firmato da mio papà e sotto c’era scritto: “Dopo l’amico Bearzot firmo anch’io, Sandro Pertini”. Lo custodisco gelosamente a casa».
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