L’hydration break divide tifosi e tecnici, ma intanto la Fifa incassa
Diventa una pausa perfetta per piazzarci quante più pubblicità possibili, che secondo la Bbc frutterebbe alla Fifa tra i 150 e i 650mila dollari per ogni slot da 30 secondi

Se di Sudafrica 2010 tutti ricordano il ronzio delle vuvuzela, di Usa-Messica-Canada 2026 a rimanere impressi saranno le piogge di fischi che hanno accompagnato ogni singolo hydration break.
Tra i tanti esempi che si possono citare, c’è Inghilterra-Ghana dei gironi. Nel primo tempo, intorno al 20’, James e Ayew hanno un brutto scontro aereo dove l’attaccante delle Black Stars ha la peggio ed è costretto a fasciarsi la testa.
Il gioco resta fermo qualche minuto, poi si riprende, ma neanche il tempo per fare mezzo passaggio che l’arbitro fischia di nuovo. È hydration break, signori.
Dalle tribune dello stadio di Boston il disappunto è alle stelle, tanto da far pensare a un moto patriottico in memoria di quando poco distante da lì si buttava il tè in mare. Ma no, nessun rigurgito della Guerra d’Indipendenza.
E sì che concettualmente si tratta di chissà che novità: sempre in un Mondiale, quello di Brasile 2014, era stato introdotto il cooling break, che l’arbitro può chiamare quando la temperatura percepita supera i 32°C.
L’hydration break, a differenza del cugino, è obbligatorio per tutte le partite del torneo, anche quando si gioca in stadi coperti con aria condizionata oppure con i 19°C di Inghilterra-Ghana a Boston.
Un altro aspetto chiave è la durata, sempre di almeno tre minuti.
Così diventa una pausa perfetta per piazzarci quante più pubblicità possibili, che secondo la Bbc frutterebbe alla Fifa tra i 150 e i 650mila dollari per ogni slot da 30 secondi, arrivando a un totale stimato di 250 milioni guadagnati a fine Mondiale.
D’altra parte, quelli a cui frega poco o nulla dei soldi incassati da Infantino e soci lamentano di un ritmo della gara tranciato di netto, di calcio a quattro tempi.
Tra chi va in campo, invece, il coro di dissenso diventa meno univoco. Perché per un reazionario di titanio come Bielsa che parla di «alterazione culturale della concezione del gioco», c’è un Tuchel che l’hydration break deve benedirlo: contro la Repubblica Democratica del Congo, quando sembrava che il cammino della sua Inghilterra potesse finire anzitempo, la doppietta scaccia-psicodrammi di Kane è arrivata subito dopo la pausa di metà ripresa.
La cosa divertente è che il tedesco sarebbe nel partito dei contrari, figlia di una “lamentinite” vista anche nel caos intorno all’ottavo col Messico.
Ma intanto, con quel timeout ha rivoltato l’assetto della sua squadra, inserendo Eze e passando al modulo col doppio trequartista. Lì la spinta offensiva degli inglesi è aumentata di netto: sei dei loro otto tiri nella seconda frazione sono arrivati dopo il 70’, cambio d’inerzia confermato anche dagli Expected Goals (0,62 su 0,83).
Una pressione rivelatasi ingestibile per gli africani. Se anche Tuchel nel post gara ha ammesso di aver rivalutato l’hydration break, magari in futuro lo faranno anche i tifosi. Per quello ci vorrà tempo, intanto via coi fischi.
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