Favaretto: «Gli ori? Un punto di partenza, il nemico è l’ansia»
La fiorettista azzurra inizia la stagione agonistica con la Coppa in Giappone ma il pensiero è già a Los Angeles 2028: «Non potrebbe essere diversamente. Il trionfo di Tagliariol mi fece innamorare di questo sport. Avevo 7 anni»

Quale motivazione extra serve trovare se a 24 anni sei già campionessa del mondo in carica (luglio 2026 a Hong Kong, prima volta in carriera) e ti approcci alla nuova stagione di World Cup da numero uno del ranking? Martina Favaretto dentro se stessa (e nei meandri di un carattere che mette assieme determinazione e ansia, voglia di arrivare e forte autocritica) sa trovare sempre la spinta giusta per affrontare la Coppa di fioretto che si svolge nel weekend a Takamatsu City in Giappone. Sullo sfondo ci sono già Los Angeles (nell’individuale di Parigi 2024 uscì ai quarti) e l’idea di migliorare l’Europeo (18ª), unica nota dolente della scorsa annata.
L’iridata di fioretto di Noale trapiantata a Zero Branco è stata fra le protagoniste al festival dello sport a Trento. L’occasione per raccontare le prossime sfide, riflettere sul nemico più insidioso - l’ ansia- , sul rapporto con la Marca che l’ha tenuta a battesimo in pedana a Castelfranco. «L’oro mondiale mi ha dato una consapevolezza in più, ma è anche un’arma a doppio taglio. Essere campionessa iridata e numero uno del ranking pesa. Sono una persona che chiede sempre molto a se stessa. Il primo obiettivo della stagione sarà garantirsi anzitutto una buona forma. Poi punterò a fare meglio all’Europeo e disputare un bel Mondiale, essendo già qualifica per Los Angeles», confida l’azzurra che nella finale iridata ha battuto Arianna Errigo. Nei giorni scorsi, la gratificazione della consegna del Collare d’Oro a Roma, a suggellare il ritiro che ha anticipato l’avvio del circuito di Coppa. «Pronti alla nuova stagione», il messaggio sui social.
Favaretto, cosa significa aver conquistato l’oro mondiale?
«Un titolo che faticava sempre ad arrivare, pure da Under 20 avevo fatto seconda e terza. Sempre lì, sempre vicina. Ero giunta al punto di chiedermi se mai un giorno sarei riuscita a compiere quel passo in più e garantirmi l’oro. Se l’emotività fosse un ostacolo superabile. Ho lavorato molto anche sotto il profilo mentale: aver fatto quel passo in più mi dà tanta fiducia per il futuro».
Che cosa vuol dire aver battuto in finale Arianna Errigo?
«Quando ho vinto, piangevo. Arianna mi ha subito abbracciata, sussurrandomi: “Brava Marti”. Errigo è sempre stata un idolo per me, giovanissima mi facevo le unghie tricolori agli Italiani imitandola».
Dovesse utilizzare un solo sostantivo per definire l’impresa?
«Una liberazione, dopo esserci andata tante volte vicina. Per me è solo un punto di partenza e non un traguardo: so che c’è da migliorare quanto fatto ai Giochi di Parigi, specie sotto il profilo mentale».
Abita nella provincia che ha dato i natali all’olimpionico Matteo Tagliariol: un riferimento?
«Scoprii la scherma, seguendo alla tv la conquista dell’oro olimpico di Matteo a Pechino. Avevo sette anni, la mia è una famiglia di sportivi, ma nessuno aveva mai praticato scherma. Il trionfo nella spada di Tagliariol mi fece innamorare di questo sport. E, riguardo alla sua famiglia, c’è un altro aspetto da ricordare».
Dica...
«Giuseppe Tagliariol, papà di Matteo, è stato il mio primo maestro. Cominciai con lui a Scherma Castelfranco, poi a impostarmi sono stati Dorina Vaccaroni e Mauro Numa, che mi allena tuttora all’Antoniana. Fin da subito fioretto, da giovanissima pure spada».
Come si approccia una stagione con il nuovo status di iridata?
«Un’arma a doppio taglio. Sono ansiosa, stato d’animo non semplice da gestire. Il titolo iridato mi dà una sicurezza in più, ma nel contempo sento il peso di essere oro mondiale. Subito dopo aver vinto il titolo, già mi domandavo: “Cosa farò se mi capiterà di perdere? ”. Pare incredibile, ma ero già dispiaciuta. So che devo essere sempre al massimo, il carattere mi impone di non sbagliare».
Nei pensieri, ci sono già i Giochi di Los Angeles 2028?
«Ci sto già pensando, è inevitabile. Già dopo il Mondiale vinto, guardavo alla sfida successiva. Ansia a parte, forse è un modo per essere sempre sul pezzo».
Ora che è campionessa mondiale, rivivrebbe tutto quello che c’è stato prima, in primis la delusione a cinque cerchi?
«Tutte le sconfitte mi sono servite per capire dove lavorare e migliorare. È anche attraverso le cadute che sono arrivata a vincere un Mondiale».
Il segreto?
«Divertirsi. Quando non ti diverti più, di sicuro i risultati non arrivano».
L’amicizia con l’ex iridato Tommaso Marini?
«Condividiamo esperienze da oltre 10 anni. Ritiri, Coppe del Mondo, Mondiali. E pure le... vacanze».
Il legame con il Veneto?
«Sono cresciuta a Noale, i miei genitori sono per metà di Noale e per metà di Mirano. Da sei anni mi sono trasferita poco più in là, a Zero Branco. A Treviso frequento l’università: Giurisprudenza, sede staccata dell’ateneo di Padova. Sono a metà esami, cerco di conciliare sport e studio, preparandomi al dopo carriera. E devo dire che Treviso mi piace davvero: quando posso, un giro me lo faccio».
Si dice sia appassionata del buon cibo: conferma?
«Il mio sport permette ogni tanto di sgarrare. Mi tratto bene, a volte io e Tommaso Marini ci consigliamo pure i ristoranti».
Scaramanzie?
«Acquistare giocattolini anti stress in ogni trasferta. Specie in Oriente: c’è ampia scelta».
Si vedrebbe un giorno a Ballando con le stelle?
«Tommaso è stato concorrente, ma io sono un tronco. Al massimo ballerei reggaeton». E giù risate.
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