Dino Chiesa: «Kimi ha imparato in Veneto i segreti per vincere in F1»

Dino Chiesa della Kart Republic di Due Carrare ha insegnato a gareggiare ad Aka ma anche a Hamilton e a Niko Rosberg: «Andrea è la sintesi dei due». Dopo il kart, il giovane della Mercedes ha corso per la Prema di Grisignano

Paolo Baron
Dino Chiesa con Kimi Antonelli
Dino Chiesa con Kimi Antonelli

Ci sarà anche un pezzo di Veneto a garrire insieme al Tricolore stasera in Messico se Andrea Kimi Antonelli strapperà gli ultimi punti utili per diventare il più giovane pilota della storia (20 anni compiti il 25 agosto scorso) a vincere un Mondiale di Formula 1. Scalzando Sebastian Vettel. Ma anche il primo italiano a trionfare dopo Ascari che si mise l’alloro al collo ben 73 anni fa.

Un pezzo di Veneto che unisce Due Carrare nel Padovano con Grisignano di Zocco nel Vicentino, passando per Adria, nel Rodigino, dove Kimi ha esordito a 8 anni nel campionato Easykart nella categoria 66cc. Un triangolo di territorio che racchiude un’eccellenza laboriosa e silenziosa, conosciuta più all’estero che alle nostre latitudini. Una geografia del fare che racconta più e meglio quello che questa terra riesce a produrre quando si parla di competere sui mercati globali.

È, infatti, con la academy della Kart Republic del padovano Dino Chiesa che Andrea si è ritagliato i primi giri in pista con il kart (dal 2018 al 2021). Per poi passare alla Prema Racing della famiglia Rosin di Grisignano, gareggiando in Formula 3 per farsi le ossa prima dell’esordio nel circus di F1 il 16 marzo del 2025 (Gp d’Australia). Una gavetta che lui, come anche Lewis Hamilton e Nico Rosberg hanno fatto prima alla Kart, così come altri campioni del calibro di Esteban Ocon, Oliver Bearman, Oscar Piatri, Charles Leclerc e lo stesso Aka, che si sono succeduti nelle monoposto vicentine della Prema.

E a proposito di legami con il Veneto c’è un’altra curiosità: è di Noale, nel Veneziano, Enrico Bertaggia, l’ex pilota di F1 amico di papà Marco Antonelli e di mamma Veronica che suggerì loro di chiamare il figlio Andrea Kimi (è registrato così all’anagrafe) perché “suonava bene” e non come omaggio all’ex ferrarista Raikkonen.

Signor Chiesa, è corretto dire che se l’Emilia Romagna è considerata la motorvalley per eccellenza, il Veneto è la scuola dei migliori piloti al mondo?

«Sì è corretto» replica Dino Chiesa, 59 anni, tecnico, talent scout, team manager e anima dell’academy Kart Republic che ha cresciuto campioni del calibro di Lewis Hamilton, Nico Rosberg, Antonelli e ora Jack Wolff, 9 anni, figlio di Toto l’ad della scuderia Mercedes. «Ma non c’è un motivo specifico per cui noi e la Prema siamo entrambi in Veneto. È capitato. Ci siamo trovati e collaboriamo da trent’anni».

Si può dire che la Kart Republic sia la scuola dell’obbligo per i piloti, mentre la Prema (Preparazione Macchine Racing) le scuole superiori? Scuole necessarie prima di approdare all’università della F1?

«Diciamo di sì» sorride Chiesa. «In effetti molti piloti che hanno corso con la academy dei Rosin glieli ho passati io. Siamo sempre andati d’accordo e non siamo mai stati concorrenti. Me lo lasci dire: siamo due eccellenze venete poco conosciute. O meglio. Conosciute solo dagli addetti ai lavori».

In questi giorni ha sentito Andrea?

«Sì anche giovedì scorso. Mi ha detto che non stava bene. Che era raffreddato. Ma ho visto che corre, quindi, si sarà ripreso».

E cosa vi siete detti? Avete parlato del Gp del Messico?

«Quando ci sentiamo parliamo anche di altro. Per esempio mi ha chiesto come sta andando Jack Wolff che oltre a essere il suo naturale erede e anche il figlio del suo capo».

Andrea era tranquillo?

«Lui è sempre tranquillo. Sa gestire bene emozioni e pressione».

In un’intervista lei ha detto che Antonelli è la sintesi perfetta fra Hamilton e Nico Roseberg. È così?

«Sì. Rosberg era un meticoloso. Magari meno talentuoso ma uno che si applicava alla lettera. Uno che studiava e che stava ore e ore insieme i meccanici. Hamilton invece era uno stravagante. Sapeva di essere fortissimo e quindi si applicava meno. Come quegli studenti che sanno di essere bravi quindi si permettono di stare sui libri un po’ meno. Antonelli è la sintesi di entrambi. Un talento mostruoso sostenuto da una passione incredibile. A 11 anni, mentre i suoi coetanei pensavano al pallone o a smanettare con gli smartphone, lui era sempre sul pezzo. Stava con i meccanici. Nel Kart il carburatore si tara a mano. E lui era sempre lì a prepararsi e a chiedere consigli».

Un predestinato, insomma.

«Lo si è visto subito appena arrivato da noi».

Qual è il segreto di Antonelli?

«È un perfezionista. Non tralascia nulla. Come ho detto, pura passione sorretta dal talento cristallino».

E il segreto di Dino Chiesa?

«Nessun segreto».

Impossibile su: se l’academy è come la scuola dell’obbligo lei deve essere uno di quei maestri che lasciano il segno sui loro allievi.

«Credo di riuscire a capire subito cosa c’è di buono in un pilota in erba e cosa non va. E intervengo sulle cose che vanno meno bene. Come quegli allenatori di calcio che colmano le lacune dei giocatori sorretti dal talento e non dalla tecnica e viceversa».

Perché funziona l’academy?

«Perché noi accogliamo questi ragazzi e li facciamo sentire in famiglia. Si sentono protetti. Crescono senza ansia. I team esteri sono militarizzati. E i ragazzini questo lo sentono».

È vero che per fare i piloti bisogna essere ricchi?

«Una volta forse bisognava presentarsi con i soldi. Non più. Ci sono le academy che scommettono sulle giovani leve».

Oltre a Jack Wolff quali altre promesse lei ha in casa in questo momento?

«Io seguo i programmi dei giovani di F1. In questo momento ho un pilota della Ferrari, un paio della Mercedes e della Red Bull. È normale che sia qui».

C’è il nuovo Aka fra loro?

«Ogni ragazzo è diverso. Ma Andrea è unico».

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