Quindici miglia di asfalto per sfuggire al destino

Dal fango della Tanzania alla maglia statunitense: la storia da film di Bernard Kamungo, la dimostrazione vivente di come il destino umano possa essere interamente riscritto da un colpo d’occhio, da un’intuizione

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Bernard Kamungo
Bernard Kamungo

Quindici miglia di autostrada, in Texas, separano due mondi. Da una parte ci sono i parchi pubblici della periferia di Dallas, dove le comunità di immigrati giocano a pallone sulla terra battuta; dall’altra c’è l’acciaio del lussuoso stadio dei Mondiali, dove l’industria dello sport celebra i suoi riti miliardari.

La vita di Bernard Kamungo è espressa in quella distanza, che si copre in un quarto d’ora: fa parte della sua storia di dramma e di riscatto. Ventiquattro anni, centrocampista dell’FC Dallas e oggi convocato nella nazionale degli Stati Uniti, Kamungo è la dimostrazione vivente di come il destino umano possa essere interamente riscritto da un colpo d’occhio, da un’intuizione.

Fino a pochi anni fa il contesto quotidiano, per lui, era il campo profughi di Nyarugusu, in Tanzania: un agglomerato di baracchi privo di elettricità e acqua corrente dove la sua famiglia si era rifugiata per sfuggire alle violenze atroci che percorrono la Repubblica Democratica del Congo. In quel perimetro tanzaniano, la sopravvivenza si misurava sulla capacità di rimediare un pasto. Sembra retorica facile, sembra un film, ma il calcio, lì, era davvero un gioco da fare a piedi nudi, prendendo a calci sacchetti di plastica pressati dentro vecchi indumenti.

Poi un programma internazionale di ricollocamento ha trasferito Bernard in Texas a quattordici anni. Ed è arrivato un pomeriggio diverso da tutti gli altri. A un quarto d’ora dallo stadio dove gli Usa giocheranno i sedicesimi di finale dei Mondiali, si giocava una partita amatoriale tra rifugiati. Un osservatore locale, invece di tirare dritto sulla statale, ha deciso di fermarsi a guardare. E ha notato Bernard. Chissà quale dribbling, chissà quale passaggio lo ha convinto a segnalare quel ragazzo. Quel giorno ha trasformato un invisibile in un professionista. La fortuna possiede una mira millimetrica.

La memoria di un uomo, però, non si cancella con un contratto in Major League Soccer, o con la maglia della nazionale. Nelle interviste racconta di quando divideva una stanza con tutta la famiglia appena arrivato negli Stati Uniti, senza spiccicare una parola di inglese, terrorizzato dai rumori della città e dalle luci dei grattacieli che parevano astronavi. Per mesi ha continuato a lavare i propri scarpini nel lavandino dopo ogni allenamento, custodendoli sotto il letto come il bene più prezioso della casa, perché quelle scarpe potevano segnare la differenza tra il fango e il futuro.

Giovedì alle due di notte italiane, sul prato climatizzato di Santa Clara, va in scena la sfida da dentro o fuori contro la Bosnia ed Erzegovina. Bernard Kamungo scenderà in campo anche per la Tanzania. A Nyarugusu ci sono molti ragazzi che non hanno avuto la sua stessa fortuna. Nella lotteria del mondo globalizzato, tutto può cambiare se un osservatore decide di fermarsi a guardare un campetto di periferia invece di tirare dritto in autostrada. Ma il calcio – e il caso – non dovrebbero essere l’unico crinale per cambiare un percorso di vita.

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