Il basket è lo specchio di un modello che in Europa non regge più

Fallimenti e cambiamenti di città in NBA esistono ma non sono all’ordine del giorno come da noi, perché lì si è scelto di mettere le leghe al centro: basterebbe copiare

Giovanni ArmaniniGiovanni Armanini

Il terremoto del basket italiano racconta di un modello sportivo europeo che non regge più. Quanto accaduto a Trapani prima, a Cremona e Brescia subito dopo, è lo specchio di un sistema competitivo basato su un mecenatismo dal fiato sempre più corto. Ed è qualcosa che può accadere ovunque. Anche perché, a ben vedere, è già accaduto negli ultimi decenni quasi ovunque.

Esistono due modi per fare soldi nello sport: il primo è quello di provare a fare utili ogni anno. Il secondo è quello di investire facendo crescere il valore patrimoniale di un club nel lungo periodo prima di venderlo, in tutto o in parte, per realizzare ritorni apprezzabili. Tuttavia il basket italiano, ma in generale tutto lo sport italiano extra calcio non fa i soldi né in un modo né tantomeno nell’altro. Li perde e basta.

Le società sono sostanzialmente squadre-yoghurt, dalla scadenza occulta che nessuno sa quando arriva ma tutti sanno che c’è. Può succedere in seguito ad un terremoto finanziario come quello di Trapani, dopo una cessione alla luce del sole come quella di Cremona o dopo una trattativa condotta nel silenzio come a Brescia, ma la sostanza non cambia: chi mette i soldi nello sport prima o dopo (legittimamente) dovrà staccare la spina per non farsi prendere la mano e dilapidare fortune. Non sono mancati, in passato, casi del genere.

Questo mette in difficoltà in primis il dialogo con le istituzioni: a che pro favorire investimenti nello sport quando il rischio che i fondi vadano perduti è così alto? E perché costruire palazzetti e stadi (anziché ad esempio campi e palestre destinati allo sport per tutti) quando si sa bene che anche i progetti più ambiziosi hanno fiato sempre più corto e alla lunga il rischio di sperperare i soldi dei contribuenti è altissimo?

Il problema andrebbe girato alle federazioni, che scrivono le regole (e non risulta a Cremona o Brescia si sia violata alcuna norma) e che sono quindi responsabili di quel che accade. Il tema è quello del sistema competitivo: le categorie aperte, con retrocessioni e promozioni, basate su una competizione tra diseguali (senza draft, salary cap, luxury tax e franchigie) sono destinate a creare disavanzi e sbilanciamento costi-ricavi sempre più enormi.

Se anche la Premier League di calcio inglese sta iniziando ad accorgersi di reggere poco la prova dell’equilibrio finanziario è perché la rincorsa alla salvezza prima e ai vertici dopo genera una spirale di costi incontrollabile.

Il tema è quello di passare ad un sistema americano vero, via da un sistema agonizzante che attribuisce agli americani tutti i difetti, quando invece oltreoceano il modello sportivo gode di ottima salute. Fallimenti e cambiamenti di città in NBA esistono ma non sono all’ordine del giorno come da noi, perché lì si è scelto di mettere le leghe al centro, e fino a prova contraria quello è l’unico sistema professionistico che genera utili e valore nel lungo periodo. Basterebbe copiare, ma già il paese è irriformabile (per non parlare dell’Europa), figurarsi lo sport.

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