L’ex allenatore Donati su Schwazer: «La provetta-verità per tutelare gli atleti, sono indifesi»
L’intervista a margine del festival Pordenonepensa: «Il doping c’è ancora? Certo, è come un fiume carsico»

La verità sull’ultima positività di Alex Schwazer la custodisce quella provetta, la “numero tre”, conservata al sicuro da Alessandro Donati. Non ha valenza legale, ma morale sì. «So che gli atleti sono indifesi, da tempo penso a una soluzione per tutelarli, questa volta ho fatto un passo avanti», ha spiegato l’ex tecnico del marciatore a margine della presentazione del suo libro “Campioni senza scorciatoie”, al festival Pordenonepensa.
Donati, paladino della lotta al doping, ha ripercorso anche il rapporto con Alex: «Quando mi ha chiesto di allenarlo, non sapeva che ero stato proprio io a denunciarlo nel 2012». Nel 2016 Schwazer fu nuovamente squalificato dalla Wada nonostante la giustizia ordinaria provò la sua innocenza. Lunedì la notizia di un’altra positività di Schwazer dopo la vittoria, a 41 anni, ai campionati open tedeschi.
Cos’è successo quel 26 aprile, giorno del controllo?
«Dopo la vittoria Alex sapeva che sarebbe stato controllato. Non manifestava il minimo timore, sembrava tranquillo. Faceva molto freddo e le provette sono state prelevate in albergo».
Com’è nata l’idea della terza provetta?
«Ho sempre avuto l’idea che gli atleti siano indifesi di fronte all’eventualità di manomissione. Ho proposto più volte di prelevare all’atleta non due flaconi, ma anche un terzo da depositare in uno dei laboratori idonei e chiudere a doppia chiave, come una cassetta di sicurezza».
Un’idea che ancora non si era concretizzata...
«Questa volta ho fatto un passo avanti chiedendo all’ispettore che svolgeva il controllo un’aliquota del sangue rilevato: mi ha detto di no, perché non è previsto dal regolamento. L’ho fatto scrivere a verbale. Poi hanno raccolto l’urina e smistandola ne è avanzata un po’: mi ha detto di sì, che era residua. Specifico che mi dispiace molto per lui, è stato onesto, ma credo lo abbiano già messo sotto inchiesta».
Non ha valore legale?
«Voleva essere solo una provocazione, pensavo mi avrebbero detto di no, miravo a verbalizzare il loro rifiuto. La provetta non ha alcun valore, non è sigillata e non c’è una catena di custodia, è nel mio freezer. Ma è la stessa urina che hanno utilizzato. La farò controllare. Anche se otterranno il loro scopo...».
Quale?
«Squalificare Alex a vita. Mi dispiace perché sognava di fare l’allenatore. C’è molto odio nei suoi confronti: nel 2016 aveva testimoniato contro due medici al tribunale di Bolzano, dichiarando che sapevano che assumeva doping. Il controllo è stato organizzato mezz’ora dopo. Per il sistema quando vieni trovato positivo una volta sei un trofeo».
Pensa sia innocente anche in questo frangente?
«Non posso esprimermi con certezza perché non seguo Alex da vicino dal 2016. Posso dire che quando ha ricevuto la mail col responso della positività mi ha telefonato: ha pianto. Anche per me è stata tosta, è un sistema fatto di trappole ben confezionate. Sottolineo che le analisi le hanno fatte a Colonia, come nel 2016: le autorità internazionali avrebbero dovuto evitarlo».
Come è nato il vostro rapporto?
«Mi ha contattato lui, fu sorprendente: in genere le persone che hanno a che fare col doping mi guardano di traverso. Gli ho fatto molte domande prima di fidarmi: poi ho capito che era sincero. Voleva affiancarsi a me per ricominciare e riavere credibilità. Qualche mese dopo gli ho svelato che ero stato io a denunciarlo nel 2012: non si è arrabbiato, mi ha detto che ero stato coerente».
Una vita trascorsa all’insegna della lotta al doping
«Anche dei trucchi: dopo l’esposto per il caso del salto sfalsato di Evangelisti e essermi rifiutato di dopare i miei atleti, da allenatore dei migliori mezzofondisti italiani sono stato relegato in un sottoscala: in realtà è stato un periodo tranquillo, ho scritto il mio primo libro Campioni senza valore: è stato messo subito fuori circolazione. Ora sono tornato in federazione: Stefano Mei, il presidente, è stato a lungo mio allievo: ha stima nei miei confronti».
Il doping esiste ancora?
«Certo, è solo più furbo. Prima era un fiume a cielo aperto, ora uno carsico. L’antidoping è apparente. I controlli inoltre sono strumentali, statisticamente colpiscono gli atleti meno famosi».
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