L’Iran e i suoi tifosi, se il pallone è emblema di divisioni

Il calcio iraniano diventa specchio delle divisioni politiche del Paese: tra diaspora, proteste, regime degli ayatollah e simboli pre-rivoluzionari, la nazionale si trasforma in un terreno di scontro identitario

Filippo Errico Verzé
Tifosi iraniani durante una partita ai mondiali
Tifosi iraniani durante una partita ai mondiali

Per gli iraniani, tifare Iran in questi Mondiali non è una questione banale. Se per la maggior parte dei paesi la selezione nazionale maschile di calcio rappresenta un punto d’incontro per l’intera comunità, qui è l’emblema di divisioni, spesso sanguinose, che scorrono ormai da decenni.

Più precisamente dal 1979, l’anno della rivoluzione degli ayatollah, quando divenne Repubblica Islamica detronizzando la monarchia dello Scià.

Di quest’ultima resta vivo il simbolo, quello del Sole e del Leone, ben visibile nelle due partite giocate finora contro Nuova Zelanda e Belgio allo stadio di Inglewood, grosso centro urbano della megalopoli di Los Angeles. Proprio qui c’è la più grande comunità iraniana del mondo e non è un caso che il vessillo pre-rivoluzionario fosse quello che andava per la maggiore, come non sono un caso i fischi all’inno. Quasi tutti loro fanno parte della diaspora, di chi è fuggito per scappare dall’oppressione del regime islamista. Lo stesso che, all’inizio di quest’anno, ha fatto finire un paese intero nel buio dopo il blocco forzato di internet, come risposta alle proteste di massa della popolazione.

Quindi il team Melli è il mezzo con cui milioni di persone danno voce con orgoglio alle proprie istanze? Non proprio. Dal punto di vista di molti iraniani, la squadra del ct Amir Ghalenoei è uno strumento del regime. Da qui nascono sentimenti contrastanti, astio, disinteresse, sostegno ma allo stesso tempo vergogna per chi si sta sostenendo. Anche se magari i giocatori hanno poche colpe, costretti come sono a non entrare nel merito di questioni così delicate per evitare ripercussioni. C’è chi ha fatto il contrario, vedi l’ex Roma Sardar Azmoun, non convocato pur essendo il secondo miglior marcatore in attività (57 gol, meglio solo Taremi e Ali Daei).

Il motivo? Aver postato sui social una foto col primo ministro e presidente degli Emirati Arabi, nemico dell’Iran, dopo che già nel 2022 si era schierato apertamente a favore del movimento “Women, Life, Freedom”, sorto dopo l’uccisione di Mahsa Amini da parte del governo. Ha invece suscitato un po’ di polemiche l’esultanza col mitra di Mohebi dopo il 2-2 alla Nuova Zelanda. C’è chi in quel gesto ha rivisto gli spari sui manifestanti a inizio gennaio.

Ma allora perché a Inglewood c’erano anche bandiere della Repubblica Islamica? Perché il consenso verso l’ayatollah c’è, eccome. Sia dentro l’Iran che fuori. A maggior ragione adesso che è appena finita (o forse no) una guerra contro gli Usa. Gli stessi che hanno costretto la squadra ad allenarsi in Messico e a farla entrare nel loro territorio solo per le partite.

Un’occasione migliore per creare un effetto “soli contro tutti” non si poteva avere e, in questo senso, il regime di Mojtaba Khamenei non può che esserne felice.
In tutto questo battendo l’Egitto, sabato alle 5.00 italiane, l’Iran potrebbe fare la storia, passando per la prima volta la fase a gironi di un Mondiale. Ma non è detto che tutti gli iraniani ne saranno felici.

Riproduzione riservata © il Nord Est