I numeri vanno rispettati: solo così la misura del reale diventa racconto

Il dibattito dopo l’intervento di Federica Manzon: «Per diventare racconto i numeri richiedono la mediazione umana»

Piero Martin*

I numeri possono essere umani? E costituire l’ordito di un racconto che ci emozioni, che ci connetta tra noi e con il mondo, che possa diventare politico? Me lo sono chiesto leggendo il bel pezzo di Federica Manzon pubblicato qualche giorno fa su queste pagine e intitolato L’umanità non è un numero: la crisi della narrazione che impedisce il dialogo.

L’umanità non è un numero: la crisi della narrazione che impedisce il dialogo
Federica ManzonFederica Manzon

La condivisibile riflessione di Federica Manzon prende spunto da un tragico fatto di cronaca, la morte di quattro migranti in Friuli Venezia Giulia per cause legate al freddo. Inevitabilmente le farò un torto distillando in poche parole l’ampiezza dei suoi pensieri, e vi invito quindi – se non lo avete ancora fatto – a leggere il suo articolo che è ancora disponibile online.

In sintesi, Federica Manzon osserva che tra i commenti alla notizia si sono «alzate voci ostili, rabbiose, che avevano spesso un fattore comune: citavano numeri, il più delle volte in modo vago e inattendibile, sull’immigrazione, la criminalità, le risorse pubbliche impiegate per l’accoglienza». Ed evidenzia che «il dato numerico pare scivolato fuori dal discorso degli esperti e diventa un supposto strumento retorico per avere la meglio nelle discussioni. Un’arma».

Chi come me, fisico, fa dei numeri strumento di lavoro e lingua per dialogare con la natura, è interrogato dai pensieri di Federica Manzon, che evidenziano una deriva reale e preoccupante: «il trionfo dei numeri, spesso scollegati dalle ricerche che li hanno generati, citati in modo arbitrario, parziale e manipolatorio».

Un uso avulso dal contesto che ha un parallelo letterario con l’utilizzo di citazioni a sostegno di questa o quella tesi. Due usi illegittimi accomunati dalla volontà di tagliar corto e di evitare il confronto con la complessità. Scorciatoie lungo frasi fatte e numeri trattati come mere sequenze di cifre diventano l’intelaiatura di quello storytelling che Federica Manzon contrappone al racconto.

Laddove «lo scopo dello storytelling è sedurre, vendere prodotti, idee, soggetti», mentre «il racconto tende a dare un senso alla nostra esistenza, a emozionarci anche, a connetterci al nostro essere nel mondo e agli altri esseri umani». Ecco allora che i numeri sono spacciati come verità rivelate, a supporto di una narrazione veloce e divisiva.

È un bivio di fronte al quale si trova anche la scienza: oggigiorno chi la fa si trova esposto alla tentazione dello storytelling inteso come seduzione e promozione nel mondo della conoscenza scientifica e delle sue applicazioni. Una tendenza esacerbata dal «restringersi sempre più asfittico e settoriale dei saperi e degli orizzonti intellettuali e ideali nelle gabbie - squisitamente ideologiche – del “mercato della conoscenza”», come scrive il chimico e poeta Mauro Sambi nell’introduzione di una bella opera collettanea dedicata a Il sistema periodico di Primo Levi (Il sistema periodico di Primo Levi, Padova University Press, 2022).

Un volume, quello di Primo Levi, chimico e maestro della letteratura contemporanea, che è stato definito dalla Royal Institution britannica come il miglior libro di scienza mai scritto e che dimostra quanto fecondo possa essere il connubio tra scienza e narrazione. La scienza è una lingua - e i numeri il suo alfabeto - con la quale costruire racconti potenti, umani ed emozionanti.

I numeri sono il risultato del nostro misurare il mondo. Consapevole che misurare significa conoscere, la scienza ha codificato il processo di misura e lo ha reso universale. Dietro le misure ci deve essere però l’umanità che le interpreta con la scienza, che non è un distributore automatico di certezze dal quale ciascuno prende quello che gli serve, ma uno strumento per rendere accessibile e gestibile l’oggettiva e ineliminabile complessità del mondo.

Nella loro oggettività i numeri fotografano la realtà, ma per diventare racconto, mettere in dialogo, richiedono la mediazione umana. Una differenza di un paio di gradi nella temperatura del salotto non si nota, ma la stessa variazione sulla temperatura media del pianeta avrà un impatto tragico su intere popolazioni, a causa delle condizioni climatiche estreme in cui si troveranno a vivere.

E seicento milioni di persone che in Africa non hanno a disposizione l’elettricità – e quindi servizi essenziali per la vita come l’accesso al cibo e alle cure mediche – corrispondono a metà della popolazione di quel continente e a circa l’80 percento del numero totale di coloro che nel mondo sono privi di servizi elettrici.

Quei numeri diventano racconto che ci connette alle zone più povere del mondo oltre i confini del nostro benessere, discorso umano che ci mette in relazione con le tante persone che migrano – e talvolta finiscono a morire di freddo – semplicemente perché non hanno alternative. Quei dati possono ispirare un’azione politica internazionale e locale che guarda alla complessità del problema migratorio e non si limita a reprimerlo, se non per motivi etici almeno per la consapevolezza pratica che ci troviamo di fronte a una questione epocale che non può essere certo fermata da un confine.

Ecco allora che torniamo ai punti critici evidenziati da Federica Manzon e che ho cercato di illuminare da un differente punto di vista, ai quali si può dare risposta solo riportando al centro il tema della contaminazione tra saperi, dell’alleanza tra società e scienza, a partire dalla scuola. I dati vanno raccontati nella maniera corretta, preservandone la complessità, ma rendendoli più comprensibili al maggior numero possibile di persone. Insegnare a leggere e rispettare i numeri è una potente azione di giustizia e di democrazia.

*Piero Martin è saggista e docente di Fisica all’Università di Padova.

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