La sfida europea sulle tecnologie quantistiche: «Attenti ai rischi»
Incontro al Centro di fisica teorica di Trieste sul futuro del settore. Confronto sulle implicazioni etiche di una rivoluzione già in atto

Le tecnologie quantistiche saranno un bene comune o aggraveranno le disuguaglianze globali? La domanda attraversa la tavola rotonda che l’Ictp di Trieste ha dedicato al futuro del quantum il 29 gennaio, nel giorno in cui il Centro festeggia il centenario della nascita del suo fondatore Abdus Salam e avvia una serie di iniziative per ricordarlo che dureranno un anno intero.
Alla chiusura dell’Anno internazionale della scienza e tecnologia quantistiche proclamato dall’Onu, esperti da accademia e industria si sono confrontati sulle promesse e i rischi di una rivoluzione in pieno corso. Il quantum è già tra noi: dal Gps che usiamo ogni giorno, che funziona grazie a orologi atomici quantistici, alla risonanza magnetica negli ospedali.
Ma la seconda rivoluzione quantistica promette molto di più. «Non possiamo lasciare il quantum solo ai fisici», avverte Tommaso Calarco dell’Università di Bologna e del Forschungszentrum Jülich, tra i principali architetti della strategia europea per le tecnologie quantistiche. «L’intelligenza artificiale ci ha colto impreparati: solo dopo sono emerse le questioni etiche, i problemi di consumo energetico e concentrazione del potere. Per il quantum non è troppo tardi, ma dobbiamo iniziare a pensarci ora». E servono filosofi, eticisti, tutti devono avere una comprensione di base di questa tecnologia per plasmarne il futuro. «Altrimenti rischiamo che queste innovazioni rimangano chiuse in poche aziende della West Coast americana».
Il calcolo quantistico promette di rivoluzionare chimica, scienza dei materiali, scoperta di farmaci, eppure rimane una tecnologia percepita come oscura. «È un problema di responsabilità decisionale», spiega Sabrina Maniscalco, ceo della startup finlandese Algorithmiq, che applica il quantum alla ricerca farmaceutica. «Un Ceo sente parlare di quantum e torna in azienda a chiedere chi se ne occupa. Ma al vertice aziendale manca il modo di valutare se la tecnologia sarà utile, come cambierà prodotti e servizi». La sua azienda, 49 dipendenti con sede a Helsinki, lavora sulla simulazione di fotosensibilizzatori per la terapia fotodinamica del cancro. «Usiamo il calcolo quantistico per simulare l’interazione tra luce e molecole, un processo che i computer classici non riescono a trattare. Ma il flusso di lavoro è per il 95% classico: serve un team multidisciplinare».
Ma quando arriveranno le applicazioni concrete? «Dobbiamo essere ottimisti ma consapevoli», avverte Calarco. «Non abbiamo ancora nulla in produzione. Serve tempo, servono risorse». Peter Zoller dell’Istituto di ottica quantistica di Innsbruck aggiunge: «I computer quantistici complementeranno quelli classici, saranno macchine specializzate per chimica, materiali, problemi complessi». L’accesso è un’altra questione cruciale. Difficilmente avremo quantum computer in tasca, come è successo con i pc. «Forse rimarranno nei data center, con accesso via cloud», ipotizza Maniscalco.
È qui che entra in gioco la missione dell’Ictp: l’International Consortium for Scientific Computing con partner come Ibm punta proprio a garantire che le tecnologie quantistiche non restino appannaggio di pochi paesi ricchi. E l’Europa come è messa nella competizione globale? «Su alcune piattaforme come quelle di Ibm e Google siamo indietro – ammette Calarco –. Ma sulle simulazioni siamo allo stesso livello, sul rilevamento quantistico siamo avanti. Il problema è l’investimento privato: negli Stati Uniti è enorme, qui no. E la Cina è sempre più competitiva». Dragan Mihailović dell’Istituto Jožef Stefan di Lubiana aggiunge: «Sulle conoscenze accademiche siamo leader, sul trasferimento tecnologico arranchiamo». La posta in gioco è alta, e la visione di Salam di una scienza senza confini non è mai stata così attuale. —
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