Internato nel lager, la giustizia arriva 17 anni dopo la morte

Il tribunale di Roma ha dato ragione ai sei figli di un ex prigioniero nei lager nazisti. Quello contro il padre fu un “crimine di guerra”: risarcimento da 140 mila euro

Marco Filippi
Un gruppo di internati: Tullio è il primo a destra in piedi. La foto è stata scattata qualche tempo dopo la Liberazione.
Un gruppo di internati: Tullio è il primo a destra in piedi. La foto è stata scattata qualche tempo dopo la Liberazione.

La giustizia per Tullio è arrivata a distanza di 82 anni dai fatti. Una sorta di “giustizia alla sua memoria” resagli, 17 anni dopo la sua scomparsa, da una caparbia donna trevigiana, sua figlia, che assieme ai cinque fratelli (tutti assistiti dall’avvocato Valentina Gatti) , hanno chiesto al tribunale di Roma il riconoscimento che quanto successe all’età di 17 anni, nel 1944, a Tullio, arrestato al posto del padre partigiano ricercato, da una squadra delle famigerate SS e deportato nei lager nazisti del nord Italia, fu un crimine di guerra imprescrittibile.

A riconoscerlo è stato il giudice Claudio Patruno della sezione civile del tribunale di Roma che ha attribuito la responsabilità di quello che Tullio subì alla Germania, quale Stato successore del Terzo Reich. La sentenza ha previsto un risarcimento da 140mila euro complessivi per gli otto mesi trascorsi tra fame e stenti nei lager nazisti (17.500 euro per ogni mese) che dovrebbe essere corrisposto attraverso il Fondo Draghi, istituito appositamente presso il ministero dell’Economia e delle Finanze, per risarcire gli “schiavi di Hitler” e i loro eredi.

Giustizia non vendetta

«La famiglia - spiega l’avvocato Gatti - ci tiene a sottolineare che l’aspetto patrimoniale passa in secondo piano. Ciò che, per loro, conta è il principio affermato: leggere in una sentenza della Repubblica italiana che quello subito dal loro padre, un ragazzo all'epoca di soli diciassette anni, fu un crimine di guerra è qualcosa che non ha prezzo. È una soddisfazione morale profonda, che va oltre ogni possibile risarcimento economico. Il signor Tullio non ha potuto leggere questa decisione. Ma chi lo ha conosciuto sa che ne sarebbe stato felice per il suo amore per la verità, la memoria e la giustizia. Ecco, questo è il messaggio che la figlia e i suoi cinque fratelli vogliono far passare. L’esperienza vissuta da un ragazzo di 17 anni prima nel carcere di Belluno, poi nei lager di Bolzano e Merano e infine nel campo di Karthaus in Val Senales, si è riverberato nella sua vita successiva».

Se questo è un uomo

Le esperienze vissute nel lager di Auschwitz da Primo Levi sono le stesse. Di violenze, percosse e umiliazioni nel famigerato campo di via Resia a Bolzano, dove tra gli internati c’era anche Mike Bongiorno, l’allora 17enne Tullio ne ebbe tante.

Le giornate si ripetevano sempre uguali: sveglia alle 5 del mattino, doccia con acqua fredda, senza la possibilità di asciugarsi, colazione con acqua sporca di caffè e un po’ di pane nero raffermo, e poi, alle 6, via verso le cave di pietra a trasportare a mani nude sassi raccolti in cava e diretti verso la Germania. Per sopravvivere, d’inverno si combatteva con il freddo, d’estate con il caldo.

Tullio venne poi trasferito nel lager satellite di Merano, dove le condizioni erano simili e il lavoro consisteva nello scaricare merce saccheggiata in tutta Europa da portare nei castelli della zona. È lì che Tullio, che aveva una tuta di colore blu con il triangolo rosso di prigioniero politico, conobbe un capostazione che gli fece da tramite con i familiari coi quali organizzare la fuga. Ci riuscì nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1945. L’esperienza disumana dei lager di Bolzano e Merano accompagnarono Tullio per tutta la vita, fino al 2009 quando morì.

Cicatrici indelebili

I danni conseguenti a questi gravi crimini di guerra riguardarono l’ingiusta privazione della libertà personale, l’assoggettamento a lavori forzati, l’umiliazione, nonché gli effetti postumi della prigionia considerati nell’alterato equilibrio psichico e nelle difficoltà di reinserimento sociale. Basti pensare che Tullio per un lungo periodo successivo alla liberazione continuò a dormire per terra, con le luci accese e le porte aperte.

Anche durante tutta la sua vita continuò a dormire la notte con una luce accesa sul comodino e le porte sempre aperte. I figli ricordano inoltre che, in pubblico, appena il padre sentiva intorno qualcuno che parlava in tedesco, si irrigidiva terrorizzato.

Inoltre, per circa 50 anni non riuscì mai a raccontare a nessuno la sua terribile esperienza, nemmeno alla famiglia. Le prime confidenze fatte risalgono infatti agli anni Novanta. Nell’atto in cui si è chiesta giustizia postumoa è stato segnalato che Tullio nel corso della vita sviluppò gravi malattie (una forma di leucemia, un tumore e malattie cardiache). Tutte conseguenze di quei mesi trascorsi nei lager nazisti

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