Licenziati per l’Ai, Cacciari: «Inevitabile, ora salario sociale e regole uguali per tutti»
Il filosofo aveva descritto dieci anni fa gli effetti dell’intelligenza artificiale sul lavoro creativo umano: «Occorre far presto»

Il salario sociale per tutelare i più deboli. E una nuova politica fiscale dell’Unione europea che possa scoraggiare le imprese che vogliono spostare le loro attività senza occuparsi di tutelare i posti di lavoro.
Nel suo saggio “Il lavoro dello spirito”, scritto dieci anni fa, Massimo Cacciari aveva in qualche modo affrontato gli scenari del lavoro creativo umano, e i possibili effetti dell’Intelligenza artificiale. Tecnologia che oggi è pronta non soltanto ad aiutare l’umanità, ma a sconvolgere regole ed equilibri delle società occidentali.
L’ultimo caso clamoroso è quello successo a Marghera, con la InvestCloud, un’azienda che non è affatto in crisi, con i bilanci in attivo. Ma ha deciso di rinunciare alla forza lavoro ritenuta ormai “antieconomica”.
Un caso clamoroso, ma che non la stupisce.
«Si sapeva che sarebbe andata così, c’erano tutti i presupposti da anni. Adesso la nuova tecnologia è pronta a essere usata. E se la politica non si muove presto porterà presto a una drastica riduzione del lavoro necessario, come diceva Marx».
Lei non è sorpreso di quanto succede?
«Ma no. Il capitalismo l’ha sempre fatto. Quando arrivavano le nuove tecnologie ne approfittava per ridurre la forza lavoro e aumentare i profitti. Adesso dispone di una tecnologia modernissima, che può subito usare. Con effetti micidiali».
Cosa si può fare allora per arginare e combattere questo fenomeno?
«Serve una nuova grande politica sociale ed economica. Occorre agire con strumenti tradizionali ma anche con nuove politiche del reddito. In poche parole redistribuire la ricchezze e mettere al riparo i ceti più deboli proprio con la ricchezza generata dall’Intelligenza artificiale».
Quali sono questi strumenti?
«Beh, il primo è quello di aprire contrattazioni per la riduzione dell’orario. Aumentare le ferie, ridurre il tempo di lavoro. Uno strumento elementare, che permette di guidare in qualche modo il fenomeno. Ma nessuno ne parla, tutti se ne son dimenticati».
Ma basterà?
«Certo non vale strategicamente ma può aiutare nell’immediato. Solo una cosa può metterci al riparo: una politica che riesca come dicevo a redistribuire la ricchezza prodotta. E la prima cosa da fare è il salario sociale. Non è un palliativo, è la soluzione. I poveri Cinquestelle avevano intuito il problema e lanciato una proposta ma non se ne parla più».
Politiche fiscali, lei dice. Che significa nel concreto?
«Bisogna armonizzare le politiche sociali dei Paesi europei e occidentali. Fare in modo che le imprese non abbiano convenienza a trasferirsi da una parte all’altra del mondo, come ha fatto la Fiat».
Poi?
«Poi se si riesce ad avere gettito fiscale sufficiente bisogna redistribuirlo. Contando anche sugli extragettiti».
Cioè i guadagni di banche e assicurazioni?
«Ma certo! Quello che sta succedendo è clamoroso. Le crisi, le guerre hanno portato guadagni enormi nei settori strategici, banche, armi, assicurazioni, comunicazioni, informatica. Ma l’effetto è stato che si sono arricchite alla fine solo centomila persone nel mondo. Gli altri sono diventati più poveri».
Dunque, regole nuove?
«Sì, ma tutte uguali. Regole comuni in tutti Paesi democratici che possano contrastare gli effetti della rivoluzione tecnologica con nuove politiche fiscali».
È questa la strada?
«L’unica strada se non vogliamo creare una società sempre più divisa, da una parte gli happy few, dall’altra il proletariato. Ai poveri e ai futuri disoccupati va garantito un salario adeguato».
L’intelligenza artificiale non è più un’ipotesi lontana.
«Proprio no. Uno studio recente della Silicon Valley ha rivelato che almeno il 50 per cento dei posti di lavoro potrebbe essere sostituito dai sistemi tecnologici. Occorre far presto».
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