Ecco perché i social network perché possono diventare una prigione per i più giovani (e non solo)

La psicologa dell’Università di Padova Laura Nota spiega come algoritmi, fake news e linguaggi tossici possano trasformare i social in una “prigione”, soprattutto per i più giovani: «Creano dipendenza, riducono il pensiero critico e amplificano le disuguaglianze». Ma la soluzione non è vietarli: servono regole, dialogo e consapevolezza

Fabiana Pesci
La psicologa spiega perché i social possono diventare una prigione per i ragazzi
La psicologa spiega perché i social possono diventare una prigione per i ragazzi

I social media? Per la psicologa Laura Nota dell’Università di Padova sono «temi belli ma faticosi».

E spesso anche fonte di insidie e, per questo, vanno maneggiati con consapevolezza. Nati con la promessa di offrirci maggiori spazi di libertà, tuttavia – sostiene la docente – possono rivelarsi una «prigione», sia per il corpo che per la mente. Sono come un grande supermercato, dove vengono esposte tante merci, ma non tutte: accanto a prodotti che ci invogliano all’acquisto, che ci lusingano e promettono di «premiarci», c’è molta merce avariata, in un humus di non-verità.

Allora che fare dei social media? Proibirli o boicottarli? O girare le spalle, fingendo di non vedere le insidie che possono nascondersi tra le pieghe dell’innovazione tecnologica?

«Niente panico», assicura Laura Nota. Le «medicine» ci sono, ma senza ricorrere a un cieco proibizionismo che induce ribellione. La psicologa non esclude però cornici normative – giuridiche o create dalla comunità – contro gli abusi in rete, capaci di fare da argine senza censure del pensiero.

E allora i rimedi sono il dialogo intergenerazionale, la riflessione, il confronto, l’elaborazione di un linguaggio non tossico. Serve reagire: per contrastare ogni deriva sociale e culturale bisogna fare rete, creare alleanze costruttive, unire i diversi saperi, assumere responsabilità e proteggere chi è in difficoltà. C’è bisogno di condivisione e di immaginare un futuro diverso, con l’università come faro nel mare dei social network, capace di trasformare i giovani da consumatori passivi a utenti responsabili.

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Su questi temi, sempre più centrali anche nel dibattito internazionale, Laura Nota – ordinaria di psicologia dell’orientamento e dell’inclusione – è intervenuta durante un incontro al Lions Club Padova Host, dedicato a «giovani generazioni, social network e qualità della vita».

La docente ha invitato a riflettere soprattutto sull’architettura dei social network, le cui colonne portanti sono gli algoritmi. Ma chi li crea? Chi li controlla? A chi convengono? Chi ne trae vantaggi?

Gli algoritmi sono concepiti per catturare l’attenzione, stimolare comportamenti e gratificare. «Attenti però – ha ammonito – perché rendono visibili alcuni argomenti mentre ne oscurano altri, riducono voci e creano presenze diseguali. Non c’è dibattito. Noi restiamo spettatori impotenti».

A volte Internet ripropone temi del passato non per riflettere, ma per evitare lo sguardo sul futuro. Espone mezze verità e mezze bugie, diffonde contenuti fuorvianti – come «studiare non serve» – che non aiutano a crescere.

«I creatori di questi algoritmi – sottolinea Nota – cercano di generare una sorta di dipendenza, spingendo gli utenti oltre i limiti e creando spesso problemi di salute mentale».

Tutto corre veloce e il pensiero si fa superficiale. Dominano le fake news, una delle principali cinghie di trasmissione delle disuguaglianze. L’informazione professionale fatica a trovare spazio, mentre avanzano xenofobia, razzismo e antisemitismo. Il linguaggio dell’odio si diffonde, le parole della ragione perdono peso. Termini come «guerra», «bombe», «prevaricazione» trovano spazio e giustificazione.

Chi alza la voce conquista potere e credibilità, si impone come «bullo». La democrazia arretra, i più fragili si isolano, cercando spazi alternativi lontano dagli adulti, spesso distratti.

Contro queste derive, la professoressa indica una strada per vivere consapevolmente la rete: parlare, confrontarsi, informare, coltivare dubbi, costruire relazioni con i giovani, alimentare il pensiero critico e leggere libri. Quando iniziare? «Il prima possibile, fin dalle elementari».

Nel dibattito finale, coordinato dalla presidente del Lions Club Sandra Nicoletto, è emerso un messaggio chiaro: la tecnologia è un’opportunità, ma va affrontata con attenzione. Non basta essere spettatori.

Serve fare rete, fare squadra, creare alleanze per contrastare le distorsioni cognitive e il disordine informativo che possono manipolare l’opinione pubblica. Insieme si può.

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