L’AI sta cambiando il mondo: un libro spiega le regole per limitare i rischi

Il testo di Gabriele Franco sulla prima legge al mondo approvata dall’Ue

Viola Perissutti

Che la si consideri una fonte di opportunità o la causa di nuovi rischi, un dato è certo: l’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il nostro mondo, ma spetta all’uomo tracciare, attraverso le leggi, i confini entro cui questa potente tecnologia può muoversi.

AI Act spiegato semplice è il libro scritto da Gabriele Franco, avvocato friulano esperto di intelligenza artificiale, pensato per chiunque voglia conoscere la prima legge al mondo sull’IA approvata dall’Ue, l’AI Act.

Nato come guida per professionisti, imprese e enti pubblici, l’ultimo lavoro dell’avvocato e dottorando di ricerca dell’Università di Udine spiega in modo semplice e chiaro un insieme di regole complesse, dando vita a una guida pratica e alla portata di tutti che, tuttavia, non rinuncia a precisione e rigore. La prefazione è a firma di Rocco Panetta, tra i più autorevoli avvocati a livello internazionale nel mondo dei dati e dell’AI.

«Il regolamento europeo, entrato in vigore il 1° agosto 2024 e applicabile in modo graduale divide i sistemi di AI in quattro categorie in base al livello di rischio: inaccettabile, alto, limitato e minimo» spiega l’autore.

C’è un confine oltre il quale, da febbraio 2025, i sistemi classificati a rischio inaccettabile non possono più spingersi, perché minaccerebbero i diritti umani e i valori europei: vietati, ad esempio, l’identificazione biometrica in spazi pubblici, il riconoscimento delle emozioni nei luoghi di lavoro o a scuola, o ancora la polizia predittiva, ossia l’utilizzo di algoritmi che raccolgono dati per prevedere dove o da chi verranno commessi possibili reati. Da dicembre, invece, scatta il divieto di utilizzo dell’AI per la generazione di immagini sessuali non consensuali.

Scendendo di un gradino si trovano i sistemi ad alto rischio, quelli che creano pericoli come discriminazioni e pregiudizi: non vietati, ma sottoposti ai nuovi requisiti dell’AI Act per chi intende svilupparli o usarli. Si pensi all’utilizzo di sistemi algoritmici da parte di aziende o banche, capaci di decretare chi ha diritto a un posto di lavoro o a un mutuo: non è raro incontrare bias ed errori compiuti dai sistemi stessi, non per pregiudizi propri, ma perché specchio dei dati con cui sono stati addestrati.

«Qualche anno fa – spiega a proposito l’avvocato – una nota società internazionale ha sviluppato un sistema per il reclutamento del personale, ma ha poi scoperto che l’algoritmo selezionava soltanto candidati di genere maschile. Il motivo? Quasi tutte le persone assunte in passato erano uomini, e la macchina aveva concluso che fossero quelli i candidati migliori da selezionare».

Per quanto riguarda il terzo livello della piramide, e quindi i sistemi a rischio limitato, dallo scorso 2 agosto è diventato obbligatorio segnalare i contenuti creati o manipolati attraverso l’AI. Protagonisti, qui, sono i deepfake, ossia foto, video e audio che sembrano reali ma non lo sono, come quelli usati nel marketing o per le pubblicità, ma anche chatbot, call center basati su agenti e sistemi generativi.

“L’America innova, la Cina copia, l’Europa regolamenta” recita uno slogan, espressione di un’opinione spesso diffusa: mentre in America si inventa, da noi si scrivono norme e si pongono limiti. Eppure, l’AI Act non introduce solo obblighi e divieti: «Questa legge prova anche a sostenere l’innovazione in Europa: agevolazioni normative per le start up, possibilità di utilizzo dell’AI nella ricerca scientifica, o ancora le regulatory sandbox, spazi in cui le aziende possono sperimentare in maniera sicura».

In un mondo in cui la tecnologia si evolve sempre più rapidamente e la legge è destinata a rincorrere, non è facile poter contare su norme efficaci ma flessibili, capaci di stare al passo con i tempi.

Gabriele Franco conclude: «Vedremo nel tempo i risultati di questa legge. Certo è che oggi abbiamo uno strumento di tutela forte, che garantisce uno sviluppo dell’AIantropocentrico e allineato ai principi fondamentali dell’Ue, e a cui le aziende possono guardare come nuova forma di vantaggio competitivo».

 

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