Più occupati, ma non basta: l’Italia resta ultima sui salari e l’Ocse raffredda l’entusiasmo

Pil oltre le attese al +0,2% (0,8% nel 2026): ma stipendi e produttività frenano. Donne e giovani al palo, le riforme non possono attendere

Marco ZatterinMarco Zatterin
Secondo l’Ocse il tasso di occupazione italiano rimane di 9,3 punti inferiore rispetto la media
Secondo l’Ocse il tasso di occupazione italiano rimane di 9,3 punti inferiore rispetto la media

I posti di lavoro si contano e si pesano. Con i numeri in tasca, il governo fa il suo mestiere e sfrutta la torrida estate di Social e Tg nazionali amici per proclamare che tutto va bene, del resto anche un rapporto Ocse certifica che l’occupazione in maggio era ai massimi (62,8% della forza disponibile), la disoccupazione a un minimo storico (5%) e soprattutto il Pil del secondo trimestre ha aggiunto un 0,2% in più portando il dato all0,8%: più di quanto previsto dal governo.

La situazione

Oltre i rulli di tamburo della politica, però, l’analisi delle statistiche rivela che, certo, la situazione è in miglioramento, eppure emerge il profilo meno radioso di un sistema economico dove troppe persone stanno a casa (12 milioni, secondo l’Istat) e chi è attivo non guadagna abbastanza.

«Persistono carenze strutturali», nota l’organizzazione quando affronta le insidie della ricerca di un impiego, le insufficienti competenze e i divari di reddito di cui sono ancora vittime le donne e i giovani. Ne consegue che c’è più gente con un contratto, ma anche che quel contratto vale meno di quanto ci dicono.

Il lavoro

L’Italia che vuol lavorare è a tutti gli effetti un cantiere aperto, anche in controtendenza, almeno sinora. Le statistiche Istat offrono segnali divergenti, per certi versi positivi, comunque non trionfali. In giugno, «il numero degli occupati risulta stabile e si associa alla crescita dei disoccupati e alla diminuzione degli inattivi». Il tasso ha uno stipendio sale al 5,7% (+0,4 punti su base mensile), quello giovanile al 18,4% (+1,5 punti). E allora?

Donne e giovani al palo, mentre le riforme non possono attendere.

Competenze carenti e bassa produttività frenano la crescita del Paese

L’Ocse rileva che nei Paesi maggiormente industrializzati si registrano segnali di indebolimento, con una diminuzione attesa dei salari reali dovuta all’aumento delle bollette provocato dalla guerra in Iran.

Si tratta di sintomi di disagio che potrebbero danneggiare gli equilibri sociali, sebbene, assicura l’Outlook del Fondo monetario internazionale, l’impatto sulla crescita globale della crisi in Medio Oriente permane limitato a mezzo punto (da 3,5 a 3% la previsione globale per il 2026): «Le economie hanno tenuto meglio del previsto», puntualizza. Senza una ripresa sostenuta, l’intero scenario potrebbe deteriorarsi. E le guerre sono tutto meno che archiviate. Sono tendenze su cui riflettere.

Il tasso di occupazione “record” italiano rimane di circa 9,3 punti percentuali inferiore rispetto alla media Ocse (72,1% nel primo trimestre del 2026) ed è uno dei valori più ridotti in assoluto. Il divario è particolarmente marcato tra le donne e i giovani che in Italia incontrano maggiori problematicità a trovare un lavoro. In aggiunta, riferiscono le statistiche, la crescita del tasso di occupazione ha subito un rallentamento nell'ultimo anno, in contrasto con l’aumento registrato altrove.

Il 37% della popolazione attiva non è impiegata, in troppi hanno smesso di cercare lavoro e il Pil che avanza lento non aiuta. L’Ocse recapita un cenno di conforto mostrando che le difficoltà di reperimento di personale si sono attenuate e sono ora al di sotto dei livelli record registrati prima della pandemia. «Tuttavia» avverte «persistono carenze strutturali dovute all’invecchiamento demografico, alla trasformazione digitale, alla transizione verde e alla scarsa qualità del lavoro in alcuni settori».

Dodici milioni di italiani restano fuori dal mercato del lavoro, restiamo indietro rispetto agli altri Paesi avanzati e il peso del debito restringe i margini d'intervento

Traspare un problema di competenze e formazione, che può spiegare in parte «la produttività stagnante che continua a caratterizzare l’Italia» denunciata dalla Commissione Ue. Per la quale «la scarsa qualità strutturale del lavoro, che comprende bassi salari e criticità legate alla sicurezza dell'impiego e della carriera, nonché alla parità di genere, rimane un ostacolo significativo che richiede un’azione risoluta».

Gli stipendi

Gli stipendi, in realtà, stanno risalendo. Piano, però. Nel primo trimestre del 2026 il livello reale delle retribuzioni è risultato dell’1,3% più elevato rispetto l'anno precedente, principalmente grazie al tasso di inflazione contenuto. Nonostante questo era ancora inferiore del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il che rappresenta il divario più ampio tra le grandi economie della zona Ocse.

Nella crisi post Covid il Bel Paese ha bruciato potere d’acquisto e non si è più ripreso del tutto. La ripresa dei bombardamenti contro l’Iran, e il rialzo delle materie prime che potrebbe seguire, gonfiano il rischio di una nuova accelerazione dei prezzi. I rincari energetici di primavera hanno spinto l'inflazione e schiacciato i salari reali.

L’Ocse prevede che questi ultimi in Italia diminuiranno dello 0,9% nel 2026 e aumenteranno del 0,2% nel 2027, «visti i limitati rinnovi dei contratti collettivi in programma per il 2027 e il rallentamento in corso nel mercato del lavoro».

È il termometro di uno scenario variabile e rischioso che richiederebbe concentrazione sulla politica di prezzi e redditi, impresa complessa con il più alto debito. Alla vigilia di un anno elettorale è quasi inutile aspettarsi riforme concrete, perché costano care e richiedono tempo per essere attuate. Se ne parla nel 2028, se va bene. Con l’auspicio che non succeda null’altro di grave e destabilizzante in questo violento e irrequieto pianeta.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est