Il paradosso dell’intelligenza artificiale a scuola: gli studenti la usano, ma non viene insegnata

Il sondaggio in Veneto: la Ai deve diventare materia di studio; l’82 percento non la usa in modo adeguato. L’ex ministro Bussetti: «Di teoria ne abbiamo a sufficienza, i ragazzi devono essere accompagnati da professori formati»

La redazione
Gli studenti chiedono più lezioni sull'intelligenza artificiale
Gli studenti chiedono più lezioni sull'intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è già entrata nelle case e nelle abitudini degli studenti, ma non ancora nelle aule scolastiche. Lo raccontano con chiarezza i numeri di un sondaggio condotto dal Coordinamento regionale delle Consulte degli Studenti veneti, che ha raccolto in appena due giorni 20.120 risposte anonime, fotografando un fenomeno ormai impossibile da ignorare.

Il 92,5% degli studenti intervistati usa già strumenti di intelligenza artificiale. In pochi, però, la usano con piena consapevolezza. A dominare è l’autodidattica: il 44% ha imparato da solo, mentre il 30,4% non ha ricevuto alcuna formazione. Eppure i ragazzi non la temono e rigettano i divieti. Di più, chiedono alla scuola di non voltarsi dall’altra parte di fronte al cambiamento. Il 72,2% vorrebbe infatti l’Ai nelle aule scolastiche.

L’obiettivo è ottenere un percorso dedicato per imparare a usarla in modo consapevole. E sul punto sono tutti d’accordo: il 92,3% la considera uno strumento da conoscere e governare con responsabilità. Ma siamo ben lontani dal raggiungimento dell’obiettivo: L’82% degli intervistati si dice infatti consapevole di usare l’intelligenza artificiale in modo sbagliato. 

Sul tema abbiamo parlato con Marco Bussetti, dirigente dell’Ufficio scolastico per il Veneto ed ex ministro dell’Istruzione, Alessandro Gianesini, presidente del coordinamento delle consulte provinciali degli studenti del Veneto e Gino Roncaglia, professore all’Università Roma Tre e tra i massimi esperti italiani di didattica digitale.

Marco Bussetti, Alessandro Gianesini e Gino Roncaglia
Marco Bussetti, Alessandro Gianesini e Gino Roncaglia

Per gli studenti l’Ai non è una minaccia

Bussetti spiega: «Siamo di fronte a una novità che è anche una grande opportunità per rinforzare il rapporto umano e relazionale che è alla base della scuola. I ragazzi hanno una marcia in più, si sentono parte di un’Europa unita, hanno bisogno di relazioni e confronti. Avere la possibilità di parlare di Ai come di altro è un'occasione per favorire i rapporti umani».

Bussetti parlava di intelligenza artificiale già otto anni fa, in qualità di ministro: «Se ne parla troppo poco» aveva avvertito e infatti, conferma ora, «la scuola è rimasta indietro».

Il presente dell’Ai a scuola

Gli studenti lanciano insomma un grido d’aiuto affinché l’Ai possa essere utilizzata con più consapevolezza. Ignorare uno strumento così diffuso, e già consultato per studiare e fare i compiti, significa rimanere indietro. Così mentre gli istituti ne discutono le modalità d’uso, gli studenti ne usufruiscono liberamente, senza linee guida.  

«In molti casi se ne parla solo in teoria. Gli insegnanti che la spiegano davvero sono quelli che hanno scelto di formarsi autonomamente» spiega Gianesini, che aggiunge: «Per noi è un segreto di Pulcinella. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per fare i compiti, e ormai anche per copiare durante alcune verifiche, è una pratica che vediamo quotidianamente da oltre un anno».

La conseguenza della mancanza di lezioni, spiega Roncaglia, è che «spesso utilizziamo l’intelligenza artificiale senza neppure rendercene conto: basti pensare agli assistenti vocali, a Google o ad altri servizi che integrano ormai sistemi di AI. Nel caso degli studenti, però, è evidente che il riferimento principale sia a strumenti come ChatGPT, Gemini o ai software per generare immagini e video».

Tali sistemi sono usati principalmente per sintetizzare un testo o un capitolo del libro, oppure per chiarire un argomento che non hanno compreso. Gli universitari, invece, sono più propensi a caricare il pdf dei manuali e chiedono di trasformarlo in una serie di podcast riassuntivi che poi ascoltano. 

Un modo intelligente di studiare o una semplice scorciatoia? Roncaglia sottolinea che tutto dipende dall’utente, più che dalla macchina. «Se viene utilizzata come supporto, per chiarire dubbi o approfondire concetti, può essere uno strumento estremamente utile. Se invece viene usata per evitare lo studio, magari scegliendo il primo strumento disponibile senza sapere come funziona né quanto sia affidabile, allora rischia di produrre risultati molto scadenti. La differenza la fanno la consapevolezza e le competenze».

Ma Roncaglia avverte: «Oggi siamo ancora alla preistoria». Non solo in ambito scolastico, «un grande piano di formazione permanente anche per gli adulti».

Il futuro dell’Ai a scuola

Gianesini ha avanzato alcune proposte specifiche per la scuola, tra cui l’inserimento di «due ore all’anno dedicate all’intelligenza artificiale all’interno di ogni disciplina». 

Anche perché, aggiunge, «l’Ai entrerà nella vita e nel lavoro di tutti, indipendentemente da quello che pensiamo. Se impariamo a governarla, diventerà uno strumento potentissimo; se la ignoriamo, rischierà davvero di indebolire il pensiero critico».

Gianesini indica poi la strada per il futuro: «Oggi continuiamo a studiare Word, Excel e PowerPoint, strumenti che resteranno utili ma sempre meno centrali. L’intelligenza artificiale, invece, sarà il cuore di moltissime professioni. Se la scuola non inizia a insegnarla, ci sta preparando per un mercato del lavoro che appartiene già al passato».

Ma i professori sono in grado di utilizzarla e quindi di insegnarla? «Sicuramente si trovano in una posizione complicata e difficile, gli stessi docenti hanno la necessità di comprendere e adeguarsi ai cambiamenti» spiega Bussetti, che riassume così il desiderio degli studenti: «Di teoria ne abbiamo a sufficienza, sentono la necessità di essere accompagnati dalla figura del docente. Chiedono di avere gli strumenti per gestire i cambiamenti in corso».

L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale

Per Roncaglia il dato più significativo emerso dal sondaggio è che gli studenti usano l’intelligenza artificiale soprattutto spontaneamente, mentre solo una minima parte lo fa su indicazione dei docenti.

Capire come funzionano e a cosa servono gli strumenti diventa quindi la sfida per il futuro. In breve: serve un’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale. «Nel mondo anglosassone» puntualizza Roncaglia «si parla già di Ai literacy ed è esattamente ciò che serve: conoscere gli strumenti, capire come funzionano e imparare a scegliere quello più adatto allo scopo».

Perché, anche chi dichiara di essersi formato da solo «probabilmente ha comunque una formazione insufficiente».

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