L’Ai e il caso InvestCloud: è solo l’inizio, la transizione sarà rapidissima

La vicenda di Marghera è uno spartiacque. Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto mestieri e ne ha creati di nuovi, ma oggi la velocità con cui accade è senza precedenti. Servono risposte su redistribuzione, formazione e reddito

Gianni Moriani
La sede di InvestCloud a Marghera: l’azienda ha annunciato il licenziamento di 37 dipendenti per una riorganizzazione legata anche all’uso dell’AI
La sede di InvestCloud a Marghera: l’azienda ha annunciato il licenziamento di 37 dipendenti per una riorganizzazione legata anche all’uso dell’AI

Trentasette lettere di licenziamento. Trentasette famiglie travolte da una notizia arrivata troppo in fretta, troppo vicina, troppo concreta. InvestCloud, società di software finanziario a Marghera, ha chiuso l’unità italiana. La motivazione ufficiale è un gelido spartiacque: le funzioni del personale saranno gestite dall’intelligenza artificiale.

Nessuna crisi di mercato — i bilanci erano in ordine, con un fatturato in crescita del 63% — nessuna ristrutturazione lenta. Semplicemente: non servite più.

Marghera si conferma ancora una volta come territorio emblematico della storia operaia italiana. Fu epicentro di una stagione rivendicativa senza precedenti nel’69; ospitò poi la prima agenzia interinale d’Italia, simbolo dell’avanzante precarietà. Oggi torna alla ribalta della cronaca internazionale con questo licenziamento collettivo, aprendo interrogativi profondi sul futuro del lavoro.

Il tramonto dei colletti bianchi

Per decenni l’automazione è stata il fantasma delle fabbriche: i robot che sostituiscono le braccia degli operai. Ma l’IA generativa ha stravolto il copione. Oggi la prima vittima è il lavoro cognitivo di routine.

Analisti, assistenti legali, contabili, redattori: figure che vedono i modelli linguistici compiere in secondi ciò che richiedeva ore. Non è futuro, è cronaca. Goldman Sachs stima che l’IA potrebbe automatizzare fino al 44% dei compiti nel settore legale e il 46% in quello amministrativo, con circa 300 milioni di posizioni a tempo pieno esposte a livello globale.

McKinsey prevede che entro il 2030 il 30% delle ore lavorate negli Stati Uniti potrebbe essere automatizzato. I colletti bianchi si credevano al sicuro grazie a istruzione e sintesi, ma è esattamente ciò in cui eccellono i nuovi algoritmi. A costo zero, 24 ore su 24, senza sindacato.

La seconda ondata: i robot adattivi

Se l’IA preme sull’intelletto, la robotica avanzata si prepara a investire i lavori manuali. Non parliamo più delle macchine rigide della Fiat anni’80, ma di sistemi dotati di visione artificiale e sensori tattili che apprendono sul campo. Elon Musk ha dichiarato che in futuro il numero di robot umanoidi in Tesla potrebbe superare quello degli esseri umani, ma oggi si tratta ancora di proiezioni: i robot Optimus operativi in fabbrica sono ancora poche decine su decine di migliaia di dipendenti. Magazzinieri, camionisti e addetti alla logistica sono nel mirino.

In Cina, alcune fabbriche “lights-off” — al buio, perché le macchine non hanno bisogno di luce — producono componenti con pochissima presenza umana: casi ancora selettivi, ma in rapida espansione.

Il fenomeno non riguarda solo i giganti della tecnologia o i mercati asiatici: l’accordo tra Fincantieri e Generative Bionics, annunciato l’11 febbraio scorso, porterà i suoi effetti anche in Italia, a Marghera, con lo sviluppo del primo robot umanoide saldatore dedicato alla cantieristica navale.

Un segnale che la trasformazione sta raggiungendo i settori tradizionali e le realtà produttive locali. La transizione sarà così rapida che chi non è preparato verrà travolto.

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Ridurre l’orario, ripensare la scuola

Ogni rivoluzione tecnologica ha distrutto mestieri per crearne di nuovi: l’elettricità eliminò i lampionai ma generò gli elettricisti. Ma oggi la velocità è senza precedenti. Servono tre risposte urgenti:

Redistribuzione: se le macchine aumentano la produttività, il surplus va tradotto in tempo libero. La settimana di quattro giorni, già sperimentata con risultati positivi in Islanda, Regno Unito, Belgio e Germania, non è più un’utopia, ma una necessità.

Formazione: la scuola deve smettere di trasmettere nozioni e iniziare a insegnare pensiero critico ed etica algoritmica. Bisogna imparare a collaborare con le macchine, non a subirle.

Reddito: se il lavoro umano diventa strutturalmente meno necessario, il legame tra impiego e sopravvivenza va ridiscusso. La tassazione degli utili dell’automazione per finanziare un reddito universale è ormai un tema di pragmatismo economico.

L’uomo oltre l’impiego

C’è però una domanda che sfugge alle statistiche. In Italia il lavoro è identità, struttura, relazione. Cosa resta di noi quando un algoritmo ci scavalca? La visione ottimista promette un’umanità finalmente libera dalla fatica alienante, dedita all’arte e alla cura. Quella pessimista avverte: senza uno scopo strutturato, ci aspetta un nichilismo digitale. Il disagio psicologico dei giovani non occupati è già un segnale d’allarme.

Il nostro futuro dipenderà dalle scelte collettive che faremo ora.

La rivoluzione industriale ha impiegato un secolo per cambiare il mondo; l’intelligenza artificiale lo sta facendo in tempo reale. La domanda non è se saremo pronti, ma se abbiamo il coraggio politico di diventarlo. I trentasette di Marghera non possono aspettare. Noi sì, ma ancora per poco. —

 

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