Trapianto di fegato robotico: due pazienti stanno bene dopo il primo intervento al mondo con organo in perfusione
A Udine il primato globale: chirurgia mininvasiva con robot Da Vinci e fegato mantenuto vitale da una macchina di perfusione durante l’operazione. In tutto il mondo sono stati eseguiti solo 18 trapianti robotici

Hanno 71 e 53 anni, abitano rispettivamente in Veneto e in Friuli Venezia Giulia e stanno benissimo. Sono i primi pazienti al mondo ad essersi sottoposti a un trapianto di fegato robotico ad organo protetto da una macchina da perfusione. Un primato che porta ancora una volta la firma dell’Azienda Ospedale Università e dell’équipe guidata dal professor Umberto Cillo, direttore della Chirurgia epatobiliopancreatica e dei trapianti di fegato.
Grazie alla strumentazione robotica, l’organo è stato impiantato attraverso cinque piccoli fori e un’unica incisione nel basso ventre, una pfannenstiel – la stessa utilizzata per il parto cesareo – evitando completamente la chirurgia open. In parallelo, l’impiego della sofisticata macchina da perfusione ha consentito di mantenere il fegato in vita durante l’intera operazione, migliorandone le funzionalità.
Entrambi gli interventi sono stati eseguiti lo scorso mese di ottobre. L’epoca dell’apertura cruenta dell’intero addome è alle spalle: la chirurgia mininvasiva è realtà anche per uno degli interventi più complessi e delicati in assoluto, il trapianto di fegato.
Una sfida enorme, affrontata e superata brillantemente. «Quando il professor Cillo mi ha detto che sarebbe stata utilizzata la chirurgia robotica non ho avuto nessun tipo di timore – racconta il 71enne che, dopo l’intervento, è rimasto ricoverato 8 giorni –. Credo fortemente nell’innovazione tecnologica a servizio della salute. Mi piace pensare che sono stato salvato con la chirurgia del futuro». Il neo-trapiantato non ha provato dolore dopo l’intervento. «Stavo bene subito e sto benissimo, quando mi sono svegliato ho chiesto se il trapianto c’era stato davvero. Mia moglie che mi ha sempre seguito in questo percorso si è stupita di una ripresa così rapida. Sono grato alle mani sapienti di Cillo».
L’intuizione di combinare robot chirurgico e macchina da perfusione è nata proprio dal professor Cillo. La possibilità di preservare il fegato durante l’intervento ha consentito al chirurgo, impegnato a manovrare le lunghe braccia del robot da una consolle posta in un’altra stanza, di eseguire con maggiore calma e precisione le delicate suture dei cinque vasi: da 50 minuti fino a oltre un’ora e mezza.
Il robot utilizzato è il Da Vinci, costo 7mila euro, ed è a disposizione dell’équipe solo un giorno a settimana. In Italia ce ne sono 200, contro i 5.807 degli Stati Uniti d’America. Il Giappone ne dispone di 600.
In tutto il mondo fino ad oggi sono stati eseguiti solo 18 trapianti di fegato robotici: il primo nel 2022 a Washington, 10 a Modena, 4 a Lisbona e 4 a Riyad, capitale dell’Arabia Saudita. Le due operazioni rivoluzionarie dell’Azienda Ospedale Università sono durate 6 ore.
Si è trattato di un importante lavoro d’equipe. Di fianco al professor Cillo è previsto un assistente, mentre il team nella stanza del paziente è composto da un altro assistente, il team di Anestesia, lo strumentista e un’infermiera. «In reparto sono stato accolto come in una famiglia. Non è mai mancata una parola di fiducia» continua il 71enne.
Il Centro trapianto di fegato dell’Azienda da tanti anni è primo in Italia per volumi di attività di chirurgia oncologica del fegato, seguito dal policlinico universitario Gemelli di Roma che fa la metà degli interventi ogni anno: 448 contro 221. Di questi 448, più di 200 sono stati fatti con la mininvasività, «i buchetti nella pancia», tipologia nata negli anni ’90. Ci sono voluti oltre 30 anni per utilizzarla per il trapianto di fegato.
Nell’Azienda l’attività oncologica dell’organo più grande del corpo è in aumento: nel 2025, rispetto al 2024, gli interventi hanno registrato un incremento del 14,5%. L’Italia è il primo Stato in Europa per capacità di estrarre la donazione di fegato: su 100 donati, ne vengono recuperati e impiantati 94. La Spagna, faro guida, ne impianta 70. Peccato che il Belpaese sia l’unico al mondo che non può utilizzare i fegati non idonei, quindi scartati, per la ricerca. Si utilizzano quelli prelevati dai pazienti, che sono malati.
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