La rinascita di Marco dopo il trapianto di cuore: «Grazie a un samaritano ho visto crescere le mie figlie»
Marco Ruzzon, agente di commercio, è stato operato a Padova. «Diciotto anni regalati e la mia esistenza ha conosciuto una vera rivoluzione»

«Sono rinato, mi hanno regalato anni di vita, finora 18, e devo dire grazie a chi ha saputo compiere un gesto di estrema generosità, che mi ha permesso di vedere crescere le mie figlie e perfino di praticare dello sport». È ancora emozionato Marco Ruzzon, padovano di 51 anni, agente di commercio, che nel marzo del 2008 ha ricevuto la chiamata della svolta. Diciotto anni fa qualcuno ha fatto un gesto altruista, “regalando” vita a uno sconosciuto.
«Sono entrato in lista d’attesa nel 2007, purtroppo ero nato con una patologia congenita: una cardiomiopatia ipertrofica – Cmi, che causava l’ispessimento anomalo del cuore, insomma il mio cresceva e questo mi avrebbe portato alla morte», racconta Marco che fa parte dell’Acti-Associazione trapiantati di cuore sezione di Padova, «Alle cinque del pomeriggio del 5 marzo ho ricevuto una chiamata dall’Azienda Ospedale Università di Padova. Mi informavano sulla probabilità di un cuore compatibile.
In quel momento ho provato tante sensazioni diverse, mi sono commosso, sono emozioni che possono capire bene coloro che si sono trovati nelle mie condizioni: sapere che puoi vivere quando qualcuno ha smesso di farlo. Stai anche molto male perché pensi a chi non c’è più, al tuo donatore, alla sua famiglia, alla grande persona che questo anonimo samaritano doveva essere in vita per aver pensato anche al “dopo”.
Con tanta adrenalina in corpo mi sono recato in ospedale e lì, dopo essere stato preparato, sono entrato sereno in sala operatoria. Sapevo di avere a che fare con un’équipe meravigliosa, dove due specialisti come il professore Giuseppe Toscano e il collega Antonio Gambino avrebbero fatto un intervento professionale e in sicurezza. A garantirlo anche la struttura: non solo all’avanguardia per i trapianti, ma capace di esprimere al meglio le capacità tecnico-strumentali della cardiochirurgia del Gallucci, dove lavorano ogni giorno persone incredibili».
Entrato in sala operatoria alle 22, si è risvegliato con un cuore nuovo alle 18 del giorno dopo. «Da quel momento sono migliorato costantemente, la mia esistenza ha conosciuto una vera rivoluzione», prosegue, «Dopo la riabilitazione ho cominciato a fare sport, prima non ho mai potuto, neanche da piccolo. Ero arrivato al punto che quando ero ammalato non potevo nemmeno affrontare uno scalino, un autentico incubo. Vivo grazie a un dono speciale fatto da chi senza pensarci due volte in vita ha detto sì alla donazione di organi, oggi in difficoltà causa diffidenze e credenze errate: mancano cultura e informazione, non capisco perché le persone abbiano così tanta paura».
E aggiunge: «Credo che manchi in Italia una comunicazione chiara in materia, che spazzi via dubbi e timori che ha chi si reca a rinnovare la carta di identità e dice no. Invito tutti a fare una profonda riflessione e a capire che si possono salvare tante vite. Io non so chi sia il mio donatore, non ho mai potuto saperlo, ma penso fosse una persona coraggiosa, perché io subito dopo l’intervento sono cambiato, sono diventato più sicuro di me, prima ero timido.
Nel 2018 inoltre ho partecipato ai giochi per trapiantati organizzati dall’azienda, che si svolgono ogni due anni. Ho così vinto sei medaglie, di cui due d’oro con attività quali atletica, pallavolo e altri sport. Una bella soddisfazione. Oggi sto bene, pratico sport, ovviamente assumo le terapie antirigetto e penso spesso al grande dono che ho ricevuto e a chi mi ha salvato la vita facendomi rinascere con una scelta matura e altruista. Adesso sono un “maggiorenne" trapiantato e mi godo le mie figlie, che all’epoca avevano quattro anni una e pochi mesi l’altra».
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