Stomaco in vitro per testare i farmaci, ecco l’ultimo studio del chirurgo veneto Paolo De Coppi

Il medico di Santa Lucia di Piave nel Trevigiano, primario di Chirurgia pediatrica a Londra, ha pubblicato lo studio con alcuni colleghi anche dell’Università di Padova sulla rivista Nature Biomedical Engineering: «Un modello utile per curare non solo le malattie rare ma anche il reflusso»

Salima Barzanti
Il medico chirurgo Paolo De Coppi
Il medico chirurgo Paolo De Coppi

Nel 2007 divenne famoso per la scoperta delle cellule staminali nel liquido amniotico, nel 2024 il Times l’ha inserito nella lista dei cento personaggi più influenti in ambito medico. Domenica 25 gennaio è tornato a pubblicare, sulla rivista Nature Biomedical Engineering uno studio che apre le porte ad una medicina sempre più personalizzata: insieme al suo team (composto da Giovanni Giuseppe Giobbea, Giada Benedetti, Giuseppe Calà, Roberto Lutman, ai quali si sono uniti Nicola Elvassore e Camilla Luni dell’Università di Padova) è riuscito a replicare in vitro uno stomaco in miniatura, realizzando un assembloide (che unisce diversi microorgani) che permetterà di testare i farmaci anche in un sistema fatto di cellule umane, bypassando i test sugli animali che, oltre ad un problema etico, non sempre sono ottimali.

Lui è Paolo De Coppi, 53enne originario di Santa Lucia di Piave, medico chirurgo primario del reparto di chirurgia pediatrica del Great Ormond Street Hospital di Londra, un’eccellenza a livello mondiale. «Lo stomaco in vitro», spiega, «permetterà di testare quel farmaco partendo dalle biopsie di un paziente, quindi “esattamente” sul microorgano del paziente. Si aprono nuove strade per una medicina personalizzata».

Il modello dello stomaco in vitro
Il modello dello stomaco in vitro

Come mai avete scelto proprio lo stomaco?

«Nel mio reparto curiamo bambini anche con sindromi rare. Una di queste è la Pmm2-deficiency che produce polipi nello stomaco dei bambini e ha un’incidenza di 1 su 20 mila. Rara ma non troppo per noi. Non c’è un trattamento risolutivo per questa malattia abbastanza debilitante, che provoca sanguinamenti allo stomaco, dolore e difficoltà a mangiare con tutto quello che ne consegue. Ora abbiamo un modello in vitro di questa malattia e possiamo testare dei farmaci per questo. E in futuro, partendo da un’endoscopia, senza rischi, si potrà prelevare del materiale organico per poi realizzare questi organoidi. E si potrebbe farlo non solo per malattie rare, ma anche per, ad esempio, per il problema di reflusso, che è difficile da curare. Si potranno quindi studiare anche nuovi farmaci per malattie meno gravi ma più comuni. Inoltre si diminuirebbero gli effetti collaterali dei farmaci, un aspetto da non trascurare».

Il prossimo step?

«Stiamo cercando fondi per proseguire la ricerca e testare, effettivamente, una serie di farmaci dai quali speriamo di trovare un trattamento per questa malattia rara».

Lei è diventato “famoso” per la ricerca, ma è anche un chirurgo molto richiesto, anche per i casi “difficili. Tra i suoi interventi, anche la separazione di gemelli siamesi.

«Ne opero uno all’anno, l’ultimo riguarda due bambini che presentavano la fusione dell’intestino. Li abbiamo divisi e abbiamo ricostruito una parte di intestino per ciascuno. È accaduto nel 2024, ora hanno tre anni e stanno bene».

Il suo impegno è anche nella medicina prenatale, per correggere anomalie congenite prima della nascita, come la spina bifida e l’ernia diaframmatica.

«Se alcune condizioni che si sviluppano prima della nascita potessero essere trattate prima della nascita, i benefici, rispetto all’intervenire dopo, sarebbero molto maggiori, sia per il bambino che per la sua famiglia. Ho dato il mio piccolo contributo, in questa direzione, per provare a costruire un trattamento sempre più efficace prima della nascita. Credo sia importante continuare su questa strada: se trattiamo un feto, avremo un bambino più sano».

Ricorda un momento particolare della sua carriera, un momento al quale è più legato?

«Era il 2018 quando abbiamo iniziato a correggere la spina bifida non aprendo l’utero, ma in laparoscopia, usando la telecamere in fetoscopia. La potremmo definire una prima volta che poi ha aperto la strada a questi interventi». 

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