Scoprire l’Alzheimer con un esame del sangue
Sviluppati i primi test, ma a oggi non c’è ancora nulla per prevenire la malattia nè per curarla

Avete più di 60 anni e ogni tanto la vostra memoria fa cilecca: non ricordate un nome o un numero di telefono. A tratti avete l’impressione di ragionare più lentamente, o non vi vengono le parole quando parlate. Non sarà mica un inizio di Alzheimer? I numeri che leggete sui giornali sono allarmanti. Tra i 65 e i 74 anni ha l’Alzheimer 1 persona su 20, tra i 75 e gli 84 anni 1 su 7, dopo gli 85 1 su 3. Statistiche impressionanti.
Siete preoccupati, quindi, e volete sapere. Oggi potete farlo con un semplice esame del sangue. A metà dello scorso anno la FDA negli Stati Uniti e l’EMA in Europa hanno approvato Lumipulse G, un test per l’Alzheimer dell’azienda giapponese Fujirebioche. Il test misura, nel sangue, la presenza di due proteine patologiche, le varianti delle proteine Tau e beta-amiloide, che, quando si accumulano nel cervello sono associate allo sviluppo della malattia. Dopo Lumipulse, a ottobre del 2025 anche la Roche ha messo in commercio un altro di questi test, chiamato Elecsys pTau181, che negli Stati Uniti può essere prescritto anche dai medici di base nei pazienti con più di 55 anni con segni di declino cognitivo. Altri test analoghi sono in corso di sperimentazione. Questi esami mostrano un’elevata specificità e accuratezza, spesso superiore al 90% nel distinguere la malattia da altre forme di demenza.
Queste indagini sono rivoluzionarie per diversi motivi. Primo, sono facili da seguire, considerando che gli esami canonici per l’Alzheimer si basano sulla PET e l’analisi del liquido ottenuto con la puntura lombare (continuano a essere eseguiti per confermare la diagnosi). Secondo, sempre per la loro semplicità, si prestano a indagini di massa sulla popolazione e a studi epidemiologici.
Terzo, la positività a queste proteine alterate solitamente precede di molti anni la malattia clinica, offrendo una finestra temporale ampia al paziente quando nuove terapie protettive verso lo sviluppo della malattia verranno sviluppate. Ma è proprio questo il punto critico: attualmente per prevenire lo sviluppo dell’Alzheimer – e tanto più per curarlo – non abbiamo praticamente nulla, se non la speranza di una dozzina di anticorpi monoclonali in sperimentazione clinica, dopo che tanti altri hanno fallito negli ultimi 10 anni e uno solo è stato approvato, ma mostra risultati che definirli modesti è un eufemismo. E allora: volete davvero fare il test? —
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