In Italia si vive più a lungo, ma non tutti allo stesso modo: lo studio Ca’ Foscari

Lo studio evidenzia forti divari sociali e di genere: le donne sono più longeve ma più fragili, penalizzate da carriere discontinue, pensioni basse e maggior rischio di isolamento e malattie croniche. Ecco cosa è emerso dall’indagine 

La redazione
In Italia si vive più a lungo
In Italia si vive più a lungo

In Italia si vive sempre più a lungo, ma l’allungamento della vita non coincide per tutti con un miglioramento della salute e del benessere. È quanto emerge dalle analisi di Age-It – Ageing Well in an Ageing Society, il principale programma nazionale di ricerca sull’invecchiamento finanziato dal PNRR e coordinato dall’Università di Firenze, che mette in luce profonde disuguaglianze sociali, territoriali e di genere nelle età più avanzate.

Lo studio, basato sui dati SHARELIFE relativi a oltre 5.000 italiani over 50, mostra come le differenze accumulate nel corso della vita incidano in modo diretto sulle condizioni di salute dopo i 65 anni. In particolare, le donne risultano più longeve degli uomini, ma anche più fragili: carriere lavorative discontinue, spesso segnate dal lavoro di cura non retribuito, pensioni più basse e un accesso diseguale al welfare aumentano il rischio di isolamento sociale e di rinuncia alle cure.

La ricerca coordinata da Agar Brugiavini dell’Università Ca’ Foscari Venezia evidenzia un marcato divario di genere: mentre gli uomini mantengono una maggiore stabilità occupazionale fino alla pensione, le donne escono prima dal mercato del lavoro, con effetti di lungo periodo su reddito, salute e qualità dell’invecchiamento. Ne deriva una longevità che, soprattutto per le donne, è spesso accompagnata da una maggiore incidenza di malattie croniche e disabilità.

Secondo Age-It, la sfida dell’invecchiamento richiede politiche pubbliche integrate che intervengano lungo tutto l’arco della vita, riducendo le disuguaglianze nel lavoro, nel reddito e nell’accesso ai servizi. «La longevità è una conquista – avvertono i ricercatori – ma senza interventi strutturali rischia di trasformarsi in una nuova fonte di disuguaglianza».

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