Zaia: «Dal referendum il Paese esce spaccato: la questione del Nord è ancora irrisolta»

L’ex presidente: «Il governo non cadrà dopo l’esito di questo referendum. Io ministro? No comment. I partiti devono avere sensori diversi per ogni area»

Laura Berlinghieri
Luca Zaia, presidente del consiglio regionale del Veneto
Luca Zaia, presidente del consiglio regionale del Veneto

Giornate febbrili. In cui tutto accade e tutto può ancora accadere. Accade che il centrodestra perda il referendum – tecnico, ma presto diventato politico. Che in tre rassegnino le dimissioni: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro; la capa di gabinetto del relativo ministro, Giusi Bartolozzi; e poi la ministra Daniela Santanché. E che allora dal Veneto emerga il solito nome, per prendere il posto al dicastero – senza portafoglio – del Turismo: Luca Zaia, il recordman di preferenze della Lega.

Lui assiste a tutto questo dallo scranno più alto del Ferro-Fini, alla sua prima maratona di bilancio da garante del Consiglio regionale. «Non intervengo sulle dimissioni e non discuto le scelte della premier. Quanto a me, è la solita storia. Se dovessi commentare tutti i possibili scenari sul mio futuro, non farei altro. Sono concentrato sul mio lavoro» si schermisce. Di fronte all’ennesimo ruolo che gli viene cucito addosso.

Ma questa volta è diverso. Perché il governo è uscito con le ossa rotte dall’esito del referendum. «Ma se qualcuno si immagina che cadrà, resterà deluso» profetizza, destreggiandosi tra le decine di pronostici sul futuro dell’esecutivo guidato da Meloni.

Resta un fatto, e questo certamente gli farà piacere. Lombardia, Friuli Venezia Giulia ma, soprattutto, Veneto hanno votato convintamente per riformare la giustizia: uniche regioni in Italia. «Significa una sola cosa: che il Paese è spaccato» coglie la palla al balzo Zaia. Di fatto, premendo sulla questione che, più di ogni altra, gli interessa, e quindi l’Autonomia differenziata. «Questo Paese ha un enorme bisogno di riforme. Eppure farle, in questo Paese, è sempre più difficile».

Lo sarà ancora di più, per questo governo. Che ha iniziato con l’Autonomia: una scatola vuota che fatica a essere riempita. Ci ha provato, poi, con la riforma della giustizia, fallendo. E difficilmente si riaffaccerà con il premierato – «questo non lo so, questo lo dovete chiedere ai parlamentari» risponde Zaia. Che invece sull’Autonomia, chiaramente, punta ancora: «Non è nemmeno più una bandiera politica, ma una questione di modernità per il Paese» dice.

Eppure Fratelli d’Italia non l’ha mai voluta, Forza Italia è sempre stata piuttosto tiepida. E la battuta d’arresto di questi giorni rischia di riverberarsi sul suo percorso, già a rilento. «Che a Roma venga l’orticaria ogni volta che si parla di Autonomia è poco ma sicuro» ammette l’ex governatore, «ma l’Italia è un Paese che nasce federalista. Certo, poi è stato gestito – maldestramente – da un modello centralista. Ma la Costituzione diceva ben altro. E infatti il modello centralista ha fallito».

Anche nei partiti, stando a quello che si dice con sempre più frequenza in casa Lega. Dove il sogno della ripetizione del modello tedesco Cdu-Csu bavarese non solo non si è mai spento, ma ha trovato nuovo vigore dopo la morte di Umberto Bossi; e non è solo un omaggio al Senatùr, ma l’ammissione che aveva ragione lui.

«Nulla di nuovo sotto il sole» taglia corto Zaia, «che io faccia il tifo per questo modello è cosa nota. Ma non ne ho parlato di recente con Salvini. Insomma, non c’è niente di nuovo. Soltanto un’idea che secondo me sarebbe positiva per tutti i partiti, soprattutto in un Paese così intrinsecamente eterogeneo come il nostro. Servono sensori ovunque sul territorio, perché è evidente che un militante di Aosta – della Lega o del Pd che sia – non ha le stesse necessità di uno di Catania. A maggior ragione oggi, nel pieno svolgimento di una democrazia digitale». E quindi una Lega Salvini e una Lega Nord.

Del resto, a indicare i confini di questo sindacato settentrionale potrebbe essere l’esito del referendum stesso. «Una macchia verde: la macroregione del Nord, che ci indica ancora una volta che la questione settentrionale è una questione irrisolta, come lo è la questione meridionale», osserva l’ex governatore oggi presidente del Consiglio regionale veneto.

È il consueto riferimento all’Italia a due velocità, per utilizzare un’espressione che gli è cara. «Le Regioni che producono hanno bisogno di essere ascoltate, per continuare a produrre e pagare i servizi per le altre regioni. Come stanno facendo ora».

Ed è il concetto di “questione settentrionale”, spiegato nel modo più lineare, delle cui istanze potrebbe allora farsi portavoce questo nuovo – si fa per dire – partito. Partito che potrebbe, pure lui, avere un rappresentante proprio in Zaia: magari segretario. Ma sul punto l’ex governatore, al solito, non si sbottona. «Io segretario del sindacato del Nord? Non voglio parlare di politica. Sono già in tanti a farlo, io mi limito a leggere quello che dicono». Ma la politica incombe. 

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