L'offensiva leghista per estendere le Zes anche al Nord: chiesti 3 miliardi
Lo chiede la Lega nazionale, con una proposta di legge depositata alla Camera il 30 giugno scorso. E lo chiedono le tre Leghe regionali, con tre distinte risoluzioni a sostegno della pdl nazionale. Molinari, capogruppo del Carroccio alla Camera: «Speriamo di farcela entro la fine della legislatura. Anche se non sarà facile, soprattutto se andremo a votare in primavera»

Il ruggito del Lèon. «Basta Zes soltanto per il Meridione, la vogliamo pure noi», tuonano i leghisti del Nord. Veneti, lombardi e piemontesi – non fosse per l’assenza della Liguria, l’asse dell’Autonomia – guidati da quel Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio alla Camera, di cui si dice la mozione “nordista” al Congresso federale vanti la paternità. «Per il Sud, meglio questi incentivi che il reddito di cittadinanza», ironizza intanto. E però basta con questi aiuti soltanto al Mezzogiorno, è il succo.
Dalle nostre parti, una sigla c’è già: Zls. Che ai più distratti potrebbe sembrare una maniera alternativa per chiamare la Zes, ma che in realtà la “semplificazione” la limita al piano burocratico, senza nulla dire (o dicendo ben poco) a livello economico.
Ecco, quello che i leghisti chiedono per il Nord sono invece i soldi: incentivi per spingere le imprese a investire qui, anziché altrove.
Legge e risoluzioni
Lo chiede la Lega nazionale, con una proposta di legge depositata alla Camera il 30 giugno scorso. E lo chiedono le tre Leghe regionali, con tre distinte risoluzioni (o mozioni, a seconda) – nei Consigli regionali di Veneto (a firma Matteo Pressi, Riccardo Barbisan e Andrea Tomaello), Lombardia e Piemonte – a sostegno della pdl nazionale. «Speriamo di farcela entro la fine della legislatura. Anche se non sarà facile, soprattutto se andremo a votare (come sembra, ndr) in primavera», ammette intanto Molinari.
L’intenzione, però, c’è. E del resto l’estensione della Zes anche alle regioni del Nord – ma non a tutto il territorio, in maniera indifferenziata – è pure uno dei punti sui quali si articola la già citata mozione, al voto tra domani e dopodomani.
Le aree del Veneto
«Iniziamo dal Bellunese, area transfrontaliera, per poi estenderci al resto del Veneto. La zona di crisi industriale semplice di Monselice, per esempio. E poi l’intero Comune di Venezia, compreso Porto Marghera, che è zona di crisi industriale complessa. Ma anche le aree logisticamente connesse alle zone trasfrontaliere, e quindi le province di Padova, Rovigo, Verona e Venezia. Ma pure il Trevigiano, a sua volta connesso ai distretti produttivi del Bellunese».
Il cavallo di Troia, quindi, è nel Nord della regione. Quella provincia interclusa, orfana di un valico alpino – «Chiamatemi romantico, ma io sogno ancora la Venezia-Monaco», si lascia andare Barbisan – che, da area di confine, può godere del regime della Zes. Diventando appiglio per il resto della regione: se non tutta, una discreta parte.
I soldi chiesti: 3 miliardi di euro all’anno, quasi uno in più rispetto a quanto concesso al Sud Italia. I benefici? «Un credito di imposta fino a 100.000.000 euro per chi si insedia o investe nelle aree Zes», elenca Molinari, «nuovi incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, ulteriori misure in capo a Regioni ed enti locali. E uno sportello unico digitale per le imprese, gestito dalla presidenza del Consiglio, con onere di risposta entro 30 giorni».
«Uno strumento per valorizzare la nostra manifattura, che è la seconda in Europa», spinge Barbisan, rivendicando la vocazione non unicamente turistica del nostro Paese. E incalza Pressi: «Una maniera per attrarre nuove imprese e per trattenerle: la sfida principale».
Accanto a loro, Giovanni Malanchini, membro del Comitato europeo delle Regioni, e Fabrizio Ricca, consigliere regionale piemontese e presidente del gruppo Lega Salvini Piemonte. La Lega del Nord spinge sulla famosa questione settentrionale.
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