Fine vita, la linea del centrodestra in Fvg: «Sbagliato procedere in ordine sparso, spetta a Roma legiferare»

Fedriga: «Ci siamo già espressi: serve uniformità a livello nazionale». Da Cabibbo a Giacomelli, i capigruppo compatti contro le leggi regionali: «Applicare le sentenze della Consulta, ma la competenza e le garanzie restano del Parlamento».

Marco Ballico
Fedriga e la maggioranza blindano il no alla legge sul Fine vita
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Il Consiglio regionale si è già espresso. E se anche il Veneto, due giorni fa, ha piantato la bandierina del centrodestra sul suicidio medicalmente assistito, il Friuli Venezia Giulia non riaprirà la partita. Il centrodestra, sollecitato a un commento dopo l’approvazione di una legge che fa storia appena oltre confine, ribadisce le tesi che portarono nella primavera di due anni fa allo stop a un percorso di legge d’iniziativa popolare. E pazienza se due donne triestine, la cinquantenne Martina Oppelli nel luglio 2025 e l’ottantenne Lucia nel giugno scorso, hanno dovuto recarsi in Svizzera, aiutate dall’associazione Luca Coscioni, per porre fine alle sofferenze.

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Fedriga non cambia idea

C’è chi, fuori microfono, ha un pensiero diverso da quello di partito, chi plaude alla svolta Zaia-Stefani in Veneto, chi spera che Roma, adesso, acceleri davvero. Ma l’alleanza di governo non cambia idea. A partire dal presidente Massimiliano Fedriga. «Il Veneto ha fatto una scelta che rispettiamo così come il Fvg, a suo tempo, sul fine vita si è espresso», spiega richiamando quando accaduto nel 2024 in terza commissione, competente in materia di sanità, quando la proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito, nata dall’iniziativa popolare “Liberi subito” dell’associazione Luca Coscioni, venne bocciata. Fedriga, all’epoca, non nascose scetticismo sulla possibilità per una Regione di decidere «in un ambito così complesso», che faticava a farsi strada in Parlamento nonostante il richiamo dell’allora presidente della Consulta Augusto Barbera. Ora che il Veneto la legge l’ha approvata, prima Regione di centrodestra a farlo, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna, il presidente non sceglie un’altra rotta.

«Noi ci siamo già espressi», ripete aggiungendo che «quella posizione resta legata all’esigenza di garantire uniformità sul piano nazionale, evitando che da un territorio all’altro cambino regole e possibilità di accesso alle procedure».

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Le cure palliative

Il governatore, peraltro, ha più volte sostenuto la propria contrarietà a queste procedure, sottolineando come la risposta che il Servizio sanitario è chiamato a garantire debba essere «un ulteriore e deciso potenziamento delle cure palliative», affinché siano sempre più accessibili, efficaci e vicine a persone e famiglie». E così, in attesa di leggere nel dettaglio l’articolato del Veneto, si esprime il presidente della terza, consigliere della lista Fedriga, Carlo Bolzonello: «Sviluppiamo le cure palliative e facciamo sì che i comitati etici lavorino più in sinergia. Fermo restando che spetta allo Stato legiferare su questo tema».

In Parlamento

La risposta è la stessa anche da parte dei parlamentari segretari regionali di partito. Per Walter Rizzetto (FdI), «la decisione assunta in regione nel 2024 vale ancora». Anziché riaprire la partita nei singoli Consigli, prosegue, «serve centralizzare il confronto, portandolo sul piano nazionale e lavorando in Parlamento per costruire una base comune, partendo, come si sta facendo, dal rispetto delle diverse sensibilità».

Marco Dreosto (Lega) rimarca che il movimento, sui temi etici, ha sempre lasciato libertà di coscienza. E prosegue: «Il nostro Consiglio regionale ha affrontato più volte la tematica, anche in legislature diverse, dando priorità al rafforzamento delle cure palliative. Riteniamo che una materia così delicata debba trovare una disciplina unitaria dopo un dibattito a livello nazionale. Il Parlamento ha avviato una discussione seria e auspichiamo che possa arrivare al più presto a una sintesi condivisa in una legge nazionale».

Quasi in fotocopia Sandra Savino (Fi): «È un tema troppo delicato per essere affrontato con automatismi o secondo logiche di schieramento. Rispetto la scelta compiuta dal Veneto. Credo però che la soluzione migliore resti una legge nazionale, capace di garantire regole chiare e uniformi in tutto il Paese, nel solco tracciato dalla Corte costituzionale, mettendo al centro la dignità della persona, le cure palliative, l’accompagnamento di chi soffre e la libertà di coscienza del personale sanitario».

Le garanzie di Bordin

Quanto al Consiglio regionale, il presidente Mauro Bordin deve mantenere una linea aderente al ruolo. L’Aula si è già espressa, ma se mai la questione etica e non politica che il Veneto ha aperto fino all’approvazione di una legge tornasse all’attenzione di piazza Oberdan, «l’assemblea avrà piena autonomia nel valutarla e nell’assumere le proprie determinazioni». Parliamo di un argomento, prosegue Bordin, «che coinvolge sensibilità profonde e differenti e che richiede, quindi, un confronto serio, rispettoso e privo di semplificazioni. Garantirò, come sempre, il corretto esercizio delle prerogative di tutti i consiglieri e un dibattito pieno e approfondito».

La posizione di Fi

Che non ci sia troppa voglia a centrodestra di ridiscuterne a Trieste è comunque evidente. Il più tranchant è il capogruppo forzista Andrea Cabibbo: «La legge approvata dal Veneto è una scelta sbagliata e dannosa e non cambia di una virgola la posizione già assunta dal Fvg». E ancora: «Non è pensabile che diritti fondamentali possano essere regolati in modo diverso da territorio a territorio, lasciando che ogni Regione proceda in ordine sparso. La sentenza della Corte costituzionale va rispettata e applicata, ma serve una legge nazionale organica e uniforme. In questa direzione va il disegno di legge Zanettin, con una sintesi possibile tra tutela della vita, dignità della persona, centralità delle cure palliative e non punibilità, in casi eccezionali e rigorosamente circoscritti, dell’aiuto al suicidio assistito». Pure il collega di partito Roberto Novelli, da sempre favorevole, sul tema, a uscire dagli schemi di partito, afferma che «spetta al Parlamento approvare una legge nazionale organica che stabilisca regole, procedure, garanzie e tempi uniformi», perché su un diritto così delicato non possono esserci differenze determinate dalla Regione nella quale una persona vive».

Le perplessità a destra

Dal fronte FdI, il capogruppo Claudio Giacomelli incenerisce quella che definisce «spettacolarizzazione strumentale» e osserva che le leggi regionali «né ampliano né restringono i casi in cui il suicidio medicalmente assistito è consentito». Antonio Calligaris (Lega) precisa a sua volta che «la possibilità di accedere al suicidio medicalmente assistito, nei casi e alle condizioni stabiliti dalla Corte costituzionale, esiste già nel nostro ordinamento». E su una materia «tanto delicata, «che coinvolge diritti fondamentali e richiede regole uniformi per tutti i cittadini italiani, la sede opportuna per un intervento organico resta il Parlamento». Per Maddalena Spagnolo (Fnv), infine, «le leggi si devono occupare di tutela della vita prima di tutto». Detto che «non credo corretto che in questa materia vi possano essere discipline diverse da Regione a Regione», le persone «vanno assistite al meglio, con la garanzia di una scelta autentica e di un sistema efficiente di cure palliative».

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