Fine vita, Luca Zaia: «Se toccasse a me vorrei poter decidere»

Luca Zaia difende la legge sul fine vita e rivendica la libertà di coscienza: «Se toccasse a me vorrei poter decidere». E sulla dedica: «A tutti i cittadini che hanno chiesto alle istituzioni una risposta»

Laura Berlinghieri
Luca Zaia
Luca Zaia

Presidente Luca Zaia, lei a questa legge è sempre stato a favore. Ma c’è un momento in cui ha scelto?

«Il momento vero è la conoscenza della sofferenza. Un familiare, un amico che muore. E quello che, al di là dell’ipocrisia, dicono tutti: spero che questa sofferenza finisca presto. Poi penso alle scelte quotidiane dei nostri medici. E alla vicenda di Eluana Englaro, che mi ha devastato. Con il papà che, 17 anni dopo, chiedeva di lasciarla morire».

Ricorda quel giorno?

«Ero ministro e quando è arrivata la notizia mi trovavo in Parlamento. Eluana è morta dopo una sentenza del Tar di Milano. Anticipando il Parlamento, che non è riuscito a legiferare. Ma non è colpa di uno o di un altro schieramento: perché i “sì” e i “no” sono in tutti i partiti».

Nei partiti, più che tra la gente: l’impressione è che certa politica continui a difendere scelte anacronistiche. Perché la società spesso arriva prima?

«In queste situazioni, la politica farebbe bene a non fare la politica. Sono sicuro che se, su questi temi, insieme alla libertà di coscienza fosse garantito il voto segreto, i risultati sarebbero diversi. Non critico FdI – qualcuno, nel segreto nell’urna, forse avrebbe votato diversamente – e penso che questa legge sia stata approvata in un ambito di libertà di coscienza totale: per questo non ho partecipato a nessuna riunione sulla conta dei voti, perché su un tema etico nessuno deve piazzare la bandierina. Credo solo nella laicità delle discussioni».

Il patriarca Moraglia è intervenuto, dicendosi preoccupato per le persone fragili e sole.

«Una posizione legittima. Ma, come ho detto in passato anche a lui, la Chiesa si occupa dell’anima e noi dei corpi. Abbiamo delle leggi da applicare, e non esiste la figura dell’amministratore obiettore di coscienza. L’istituzione deve essere laica: può portare i valori della cristianità, ma deve essere laica. A Moraglia ricordo che non abbiamo approvato il fine vita, e che i fragili e i vecchi non c’entrano nulla. C’è una sentenza che dal 2019 stabilisce chi può accedere al fine vita. Una sentenza scritta da autorevole magistrati, anche di espressione del mondo cattolico. Peraltro, la legge approvata in Veneto mi pare che restringa persino il campo rispetto al passato, ma regolamenta un percorso che prima non era regolamentato».

Preferiva la legge di due anni fa?

«Ogni legge è figlia del suo tempo. Quella attuale ha un significato importante: dare risposta ai cittadini, ribadendo la laicità dello Stato. E non vuol dire che qui in Veneto siamo meno cattolici. Ma che siamo cattolici che rispettano le leggi, altrimenti commetteremmo peccato».

Nel primo giorno di discussione è stato attaccato da una signora di un’associazione pro vita, che le ha sventolato davanti il rosario, mentre lei provava a parlare con Luca Faccio, migliore amico di Stefano Gheller. Che effetto le ha fatto quella scena?

«Io rispetto tutti. Però il confronto deve essere informato. Non è pensabile presentarsi con il rosario in mano e sparare eresie. Da cattolico, dico che la preghiera è una cosa seria. E chi è contrario al fine vita non è un cattolico migliore di quelli che sono a favore. Poi, lo ripeto: i preti facciano i preti e gli amministratori facciano gli amministratori. Facendo rispettare quanto già stabilito dalla Corte Costituzionale».

È forse stato fatto un errore comunicativo? Parlando da subito di procedura, forse qualcuno si sarebbe potuto convincere.

«Tutto è bene quel che finisce bene. E ognuno poi trova la sua spiegazione per giustificare il suo voto, soprattutto se poco convinto».

In ogni caso, lei si è sempre dichiarato a favore anche del merito.

«Sì, perché se toccasse a me vorrei poter decidere».

Ha ricevuto pressioni per votare in altri modi?

«Nessuna. Sapevano che sarebbe stato inutile».

C’è qualcosa, in particolare, di questa esperienza che le ha lasciato l’amaro in bocca?

«La veemenza e certa arroganza nell’affrontare il tema. L’attivista che indossava una maglietta con la scritta “Sei un assassino”. La donna che mi ha dato del massone perché iscritto al Rotary, quando non sono nemmeno iscritto al Rotary».

C’è qualcuno a cui dedica questa legge?

«Rispondere Stefano Gheller sarebbe fin troppo facile. Ma ci sono tanti Stefano Gheller in Italia. E tante “signore Maria” che in questi anni mi fermavano per strada, domandomi di questo fine vita, di che fine avesse fatto. E allora la mia dedica va a tutti i cittadini che hanno chiesto alle istituzioni di avere una risposta».

 

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